«VERSO IL FUTURO, CON NUOVI SPAZI PER UNA DIDATTICA 2.0»

Nuove geometrie per la scuola di domani: intervista con Orsolini, dirigente scolastico

Sono passati quattro mesi dall’incontro di Ancona in cui Idee al Cubo s’interrogava, con l’aiuto di alcuni dei principali esperti in materia, sul futuro della scuola in Italia. E, più precisamente, rifletteva su come dovrebbe essere la scuola italiana di domani per essere al passo con le attuali sfide del mondo globalizzato e per preparare i suoi studenti al loro ingresso nel mondo degli adulti e nel complesso mercato del lavoro. In quell’occasione si affermava con decisione l’idea che l’istituzione scolastica, per adeguarsi a una realtà mutata, deve trasformare non soltanto il suo volto didattico ma anche il suo aspetto fisico, i suoi ambienti, le classi, gli arredi, in modo tale da saper accogliere le esigenze dei nuovi stili di apprendimento e sfruttare al meglio le potenzialità offerte dalla tecnologia. Ora, a distanza di poco tempo, arrivano i frutti di quell’incontro rivolto ai professionisti dell’architettura – chiamati a pensare i nuovi spazi – e a chi sogna di poter costruire una scuola moderna.
Tra questi, era presente anche Francesco Maria Orsolini (nella galleria fotografica, in alto a destra), sessant’anni, dirigente scolastico del Liceo Classico Francesco Stelluti di Fabriano, che per il 26 marzo sta organizzando in quella città un evento – che si svolgerà presso il Ridotto del Teatro “Gentile”, Largo San Francesco, dalle 16 alle 18.30 – che potremmo definire l’ideale prosecuzione del discorso cominciato ad Ancona. Tanto più che vi prenderanno parte anche Stefano Moriggi e Rita Coccia, l’uno, storico e filosofo della scienza, esperto di tecnologie, divulgatore scientifico e docente presso l’università Milano Bicocca e, l’altra, dirigente scolastico dell’Istituto tecnico-tecnologico statale Alessandro Volta di Perugia, che sono stati tra gli animatori del meeting di Idee al Cubo.

Professor Orsolini, quali sono i presupposti da cui parte l’evento di Fabriano, che cosa sarà?
Sarà un incontro sulla nuova geometria dell’apprendimento, una riflessione sull’adeguamento dell’ambiente scolastico, dal punto di vista non solo strettamente formativo ma anche spaziale, alle esigenze di una didattica rinnovata, potenziata dalla tecnologia digitale. L’uso del digitale, infatti, perlopiù facilita e, in qualche caso rende possibile,  la trasformazione delle modalità di approccio all’apprendimento e quindi occorre un adattamento spaziale a questa trasformazione. Ciò vuol dire che, per esempio, le aule dovranno essere più flessibili dal punto di vista prossemico, per consentire una disposizione dei posti degli studenti diversa con il variare del tipo di attività svolta: quella tradizionale frontale con gli alunni che guardano l’insegnante, quella con gli studenti riuniti in piccoli gruppi per confrontarsi o quella che li raccoglie in un unico insieme rivolto verso uno schermo sul quale un videoproiettore interattivo riflette i contributi elaborati dai singoli allievi con i loro device personali. Quello di Fabriano, in breve, sarà un evento di formazione per tutti i docenti che vogliano interrogarsi e approfondire la riflessione su un modello didattico che dovrà essere sempre più innovativo e capace di proiettarsi verso il futuro prossimo degli studenti.

Pertanto, in concreto, come dovrebbe essere la scuola del futuro per essere al passo con questo cambiamento?
Ribalterei la domanda in “Come sarà il futuro per la scuola?”. Innanzitutto, richiederà il coinvolgimento e lo sforzo di tutti: dirigenti scolastici, docenti e anche genitori, il cui ruolo spesso è sottovalutato. Tutti gli adulti che hanno il compito di educare i ragazzi devono impegnarsi molto per comprendere quali saranno le caratteristiche imprescindibili per il loro vicino inserimento come lavoratori e come cittadini in una società modificata dalla comunicazione e dall’economia globalizzate, in un mondo che presuppone una forte proiezione verso il futuro. Coloro che oggi sono responsabili della formazione dei giovani hanno il compito di pensare a come devono essere oggi i loro curricula e a quali competenze siano per loro irrinunciabili, affinché non arrivino impreparati al momento sempre più prossimo del confronto con la realtà fuori dalla scuola. E, mi riferisco alle loro capacità di processare le informazioni e di approcciarsi all’interdisciplinarietà, all’abilità di presentare relazioni e argomentazioni in base a pubblici diversi, alle life skill, alla capacità di lavorare in gruppo o in rete. Tutte competenze richieste dal mondo del lavoro, globalizzato, sulle quali i giovani dovranno misurarsi anche a livello internazionale, ma su cui la scuola è ancora indietro, concentrata com’è sulla trasmissione della conoscenza intesa come un cumulo enciclopedico di nozioni, non più sufficiente per la formazione e per la costruzione di un bagaglio culturale e informativo adeguato agli studenti di oggi e di domani.

In che modo cerca di applicare questa sua idea di scuola nel suo istituto?
Innanzitutto, avviando esperienze innovative come quella della “Classe 2.0”, con un gruppo di studenti dell’indirizzo classico, nell’ambito dell’omonimo bando MIUR-Regione Marche, con il quale abbiamo ricevuto un cospicuo finanziamento, presentando il progetto   “Intelligenza antica per competenze contemporanee”.  Inoltre abbiamo chiesto e ottenuto altri finanziamenti dal Miur per il bando “Wireless d’Istituto”. E, infine,  attualmente siamo impegnati nella fase conclusiva di progettazione per un Erasmus plus, di cui  siamo scuola capofila, sempre focalizzato sull’innovazione didattica integrata con il digitale, al quale parteciperà anche Unicam, l’università di Camerino, Mobility e Mondadori Educational. Vorrei sottolineare, che il mio non è e non potrebbe essere un impegno individuale all’innovazione,  condotto in splendida solitudine, ma è condiviso con un gruppo significativo di docenti, molto motivati a innovare e sperimentare una didattica attiva e partecipativa.

Quale ruolo spetta ai professori in questo modo nuovo di concepire l’insegnamento e qual è quello degli studenti?
Assumendo che la didattica non può più ridursi ad una tecnica per trasferire pacchetti preconfezionati di conoscenze dagli insegnanti agli studenti, ma deve coincidere con un’opera di costruzione della conoscenza in collaborazione con gli studenti stessi, il docente non può più limitarsi a incarnare soltanto il ruolo di esperto della disciplina, ma deve trasformarsi in coordinatore, allenatore e sostenitore dell’alunno che si approccia alla conoscenza, il quale va anche stimolato con compiti, sfide e con un continuo mettersi in gioco. L’insegnante verifica le fonti e le integra e, secondo il modello della classe rovesciata, fornisce informazioni utili a un approfondimento autonomo da parte dello studente che sceglie di sviluppare un argomento nel modo che gli è più peculiare, a seconda del proprio stile di apprendimento, a casa e in classe, individualmente o in gruppo. In questo modo, l’alunno non soltanto studia, ma imparando acquisisce competenze, anche di carattere digitale, produce elaborati didattici, auspicabilmente digitali, che non fanno la fine attuale dei compiti in classe, destinati al buco nero, anzi, al sacco nero della raccolta differenziata della carta, ma vengono registrati in piattaforma e vanno a determinare un portfolio in divenire di ogni studente, impegnato in esercitazioni e verifiche online, che hanno caratteristiche diverse da quelle del tradizionale modello scolastico, soprattutto sotto il profilo della valutazione. Infatti, questa non si limita più alle conoscenze e alle competenze di carattere cognitivo, ma si estende alle life skill e alle competenze trasversali, come la capacità di rispettare i tempi di consegna di un lavoro o di un progetto, oppure la capacità  di collaborazione con gli altri, competenze che risulteranno indispensabili nel mondo del lavoro e nell’esercizio reale della cittadinanza.

A livello di spazi, la sua scuola è adeguata a questa nuova didattica?
C’è ancora moltissimo da fare. Inizieremo il nuovo anno scolastico in una sede nuova, pensata però alla vecchia maniera, ancora fondata sul binomio gesuitico corridoio-aula, con poche aree comuni. Cercheremo di riadattarla, nei limiti del possibile, apportando cambiamenti con l’aiuto della tecnologia, modificando gli arredi delle aule laboratoriali, con il ricorso a quelli componibili, e intervenendo sugli spazi comuni per creare luoghi di apprendimento informale, individuale o di gruppo, che in una scuola moderna non possono mancare. La biblioteca, comprensiva degli spazi attigui dell’ultimo piano, per esempio, non sarà più soltanto una sala di lettura ma, fornita di tecnologia adeguata, accoglierà anche il lavoro interattivo, le riunioni degli studenti e la loro condivisione di interessi comuni, come il cinema, le arti visive, la musica e la letteratura.

ROSALINDA CAPPELLO

10 marzo 2015

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