VERDUCCI: «BISOGNEREBBE EDUCARE AL BELLO»

Le sfide e le difficoltà degli architetti

Sonia Verducci, 33 anni, una laurea in Architettura, conseguita anche lavorando, con un’esperienza Erasmus in Olanda. Oggi, vive vicino a Sant’Elpidio a Mare, sogna di poter aprire un proprio studio, mentre adesso collabora con professionisti sparsi in varie città italiane e, tra un progetto e una consulenza, accompagna gruppi di architetti stranieri in visita alle città d’arte italiane.

Quali sono le difficoltà e le sfide con cui deve misurarsi quotidianamente un professionista del suo settore? 
Ogni giorno ci sono difficoltà, ogni giorno ci tocca difendere la nostra professione e professionalità, siamo assimilati ai tecnici, ai geometri. Non c’è volta che non mi tocchi spiegare in che cosa consiste il mio lavoro. Mi chiedono se mi occupo di esterni o di interni quando invece, come diceva Giò Ponti, l’architetto si occupa di tutto, dal cucchiaio al grattacielo. È quasi una battaglia identitaria, perché si deve difendere la propria professione. Non si riesce a farsi capire da tutti, dal costruttore al committente, a cui occorre spiegare che non sempre ciò che vuole è appropriato o si può realizzare. Molte volte l’architetto viene sostituito dal geometra. Invece l’architetto per via della propria formazione umanistica riesce ad avere una visione più completa, non soltanto tecnica. C’è poi uno scarto tra la città e la provincia. In provincia è più difficile proporre soluzioni nuove. Spesso, non è semplice far capire che il progetto è frutto di un ragionamento che dura mesi in cui si applicano tutte le conoscenze acquisite e le capacità che si possiedono e che il nostro lavoro va ben oltre le fredde normative. Tutto dovrebbe essere fatto secondo regola d’arte, e cioè dovrebbe essere bello ma anche funzionale, e vantaggioso dal punto di vista ambientale. Per esempio, una casa in legno non è solo bella ma è anche ecologica.

Gli ecobonus e le detrazioni fiscali per l’adeguamento antisismico degli edifici sono misure sufficienti per rilanciare il comparto?
Se da un lato ecobonus e agevolazioni fiscali permettono un rilancio dell’edilizia, dall’altro non credo che queste strade siano la soluzione ai problemi, perché se le famiglie hanno difficoltà economiche difficilmente si lanciano in un progetto di ristrutturazione, anche se da esso nel tempo, per esempio, potrebbe derivarne perfino un risparmio in termini di consumi energetici.

Nel panorama attuale, il ruolo dell’Ordine è adeguato? Che cosa dovrebbe fare per intervenire in maniera più incisiva per salvaguardare la professione e la professionalità dei suoi iscritti?
Prima dicevo che la sfida quotidiana è quella di difendere la professione. Ecco, sarebbe bello che anche l’Ordine facesse di più. Finora non mi sono voluta iscrivere perché costa e ancora non ho un’attività mia. Ma non è soltanto una questione economica. Mi sono accorta che non c’è uniformità di operato tra i diversi Ordini, a fronte di alcuni ordini efficienti ce ne sono altri meno attivi e meno impegnati nella tutela degli iscritti. L’Ordine, per esempio, dovrebbe promuovere iniziative come quella portata avanti da Idee al cubo con “Un caffè con l’architetto”. Per difendere la professione bisognerebbe lavorare di più sull’educazione al bello. Si dovrebbe promuovere l’architettura e la bellezza. A Roma, per esempio, c’è l’iniziativa Open House (è un evento annuale che apre gratuitamente centinaia di edifici notevoli dal punto di vista architettonico e artistico, non solo del patrimonio storico ma anche e soprattutto di quello moderno e contemporaneo in genere non aperti alla fruizione pubblica, ndr)  con visite guidate effettuate dai progettisti stessi, dagli studenti di architettura delle facoltà di Roma e dai cultori dell’architettura, che permettono ai cittadini di scoprire la bellezza e la qualità architettonica degli edifici. È importante accompagnare le persone e insegnare loro a riconoscere il bello in modo tale che siano in grado di chiederlo e di promuoverlo, facendosi committenti di bellezza e non di bruttezza. Invece, spesso ci vengono richiesti dei copia-incolla aridi.

Il presidente Freyrie ha auspicato il rilancio della proposta di legge sulla qualità dell’architettura, che premierebbe la realizzazione delle opere pubbliche attraverso concorsi di progettazione o di idee, aprendo in tal modo ai giovani la strada del mercato della progettazione dalla quale oggi sono esclusi. Pensa che un concorso sia sufficiente per aprire la strada e risolvere i problemi dei giovani architetti?
Qualsiasi iniziativa è utile in quanto tale. Il concorso serve ma non risolve il problema. I laureati, dopo l’esame di Stato, vengono lasciati in balìa di se stessi, non ci sono figure che introducano davvero al mondo del lavoro, non vengono create le condizioni perché i giovani possano entrare nel mondo del lavoro e certo la crisi del settore edilizio non aiuta.

ROSALINDA CAPPELLO

26 gennaio 2015

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