VENTURI: «MANCA L’AUDACIA DEL RISCHIO PER CAMBIARE»

Intervista con l’architetto Alfredo Venturi

L’architetto Alfredo Venturi, socio delegato Anab (Associazione nazionale architettura bioecologica), è il professionista di oggi del dibattito organizzato da Idee al cubo, che coinvolge gli architetti partecipanti alla tappa anconetana di “Un caffè con l’architetto” che si svolgerà il 24 gennaio. In un momento difficile per il settore, abbiamo raccolto il loro parere sull’attuale situazione della professione, sulle difficoltà, sulle sfide che come professionisti incontrano quotidianamente nel loro ambito di lavoro, nella convinzione che le migliori idee possano emergere proprio se si lascia la parola a chi quotidianamente vive il mestiere sul campo.

Quali sono le difficoltà e le sfide con cui deve misurarsi quotidianamente un professionista del suo settore?
Nella mia esperienza quotidiana occorre portare avanti un’azione preventiva, far “comprendere” il ruolo dell’architetto e del relativo bisogno/necessità di appartenere al processo ideativo/costruttivo. L’aspettativa base della committenza è che l’architetto sia più caro, faccia spendere più soldi e faccia solo “cose belle” ma inutili. Io sono persuaso che la mia attività vada esattamente nella direzione opposta ma non è facile sradicare queste convinzioni. Mi pare che la figura di riferimento per la committenza sia il geometra e la causa di tutto ciò è sicuramente da cercare tra noi architetti (professionisti e Ordine).

Come rilanciare la professione? Che cosa dovrebbe fare la politica? Gli eco bonus e le detrazioni fiscali per l’adeguamento antisismico degli edifici sono misure sufficienti per rilanciare il comparto o dovrebbe essere fatto di più? Se sì, che cosa?
Se la politica fosse capace e, appunto, fosse “politica”, saprebbe già cosa fare, anzi lo avrebbe già fatto. Il problema è che è eletta per fini o scopi personali, per l’uso privato dei quattro poteri più o meno forti, dal quartierino alla capitale, e che si perpetua per l’ignoranza e il disinteresse generale. Lo specchio di questa incapacità, a mio avviso, è proprio la politica e l’esercizio degli incentivi. Una gestione del territorio nazionale seria dovrebbe azzerare le nuove costruzioni, PRG a zero m3. I recuperi fiscali dovrebbero prevedere aliquote diverse dalle attuali: 40% per ristrutturazioni e adeguamenti sismici e il 70% per l’efficienza energetica. Questo consentirebbe di attivare vari circoli virtuosi nella direzione della sostenibilità ambientale e quindi di centrare gli obiettivi di diminuzione del 20% entro il 2020 – con il conseguente risparmio sulle sanzioni che l’Europa potrà comminarci. Consentirebbe di rivalutare il patrimonio edilizio attuale che con un piano a m3 farebbe rivalutare istantaneamente l’esistente di un 10-30% in ragione delle qualità del fabbricato e motiverebbe utile/necessaria la manutenzione. E, ancora, investimenti privati che riqualificano, recuperano e risanano a beneficio del decoro delle nostre città con tutto quello che ne può conseguire in termini di immagine e turismo.

Nel panorama attuale, il ruolo dell’Ordine è adeguato? Che cosa dovrebbe fare per intervenire in maniera più incisiva per salvaguardare la professione e la professionalità dei suoi iscritti?
Credo che oggi l’Ordine sia un organo svuotato di senso, vista la sua incapacità di incidere nel dibattito odierno sul da farsi. Mancano quelle personalità, impavide, capaci di tracciare una linea, anche politica, in discontinuità con il passato, e siano capaci di difenderla con ogni mezzo. Definire ambiti di competenza che non possono essere gli stessi per tutti i tecnici. L’architetto è l’unico che ha competenze specifiche sulla qualità architettonica che richiede padronanza su forma, proporzione, luce, colore, ordini, etc. Il coraggio di cui sopra, è ciò che manca a tutti: l’ardire di un’idea nuova o di un approccio diverso, l’audacia anche per rischiare di sbagliare per cambiare. Siamo una società che si è posta l’obbiettivo di “conservarsi” e di “proteggersi” e quindi è ormai morta. Per rianimarla c’è solo una difficile e tragica strada. Di fatto l’Ordine è spesso usato come un grimaldello, da parte di chi lo gestisce, per aprire strade e sbocchi professionali personali. Un servizio pubblico a uso privato. Questo è dovuto anche al fatto che non esiste un approccio ehttp://www.ideealcubo.com/administrator/index.php?option=com_k2&view=item&cid=421tico e una “separazione delle carriere” e una normativa che azzeri i conflitti d’interesse.

Il presidente Freyrie ha auspicato il rilancio della proposta di legge sulla qualità dell’architettura, che premierebbe la realizzazione delle opere pubbliche attraverso concorsi di progettazione o di idee, aprendo in tal modo ai giovani la strada del mercato della progettazione dalla quale oggi sono esclusi. Pensa che un concorso sia sufficiente per aprire la strada e risolvere i problemi dei giovani architetti?
I concorsi sono sempre la strada maestra per qualsiasi processo positivo, purché siano aperti a tutti e prevedano tra i requisiti l’accettazione di norme specifiche di responsabilità da parte dei partecipanti. Non dovrebbero prevedere sbarramenti di età, genere o provenienza. I processi di selezione dovrebbero prevedere disciplinari rigorosi e modalità trasparenti con verbali puntuali (inviati puntualmente a tutti i concorrenti con allegati i risultati) sulle operazioni svolte dalla commissione giudicante. La giuria deve essere competente e di specchiata fama. A ciò vanno aggiunte norme specifiche sulla tutela della proprietà intellettuale dei progetti, non aggirabili con postille specifiche nei regolamenti dei concorsi e una corrispondenza tra l’idea vincente e gli esecutivi del progetto, così come tra esecutivi e realizzazione senza scadimenti di qualità lungo il percorso costruttivo.

ROSALINDA CAPPELLO

15 gennaio 2015

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