URBINO: UNA CITTÀ LABORATORIO

Urbino rappresenta nel percorso di Giancarlo De Carlo uno dei laboratori più importanti dove sperimentare, “tentare” le vie del progetto

Due Piani Regolatori Generali, uno concluso nel 1964 e l’altro a distanza di trent’anni nel 1994, molte architetture, la costruzione della città universitaria, la sperimentazione collettiva su questo ‘manufatto’ portata avanti attraverso il laboratorio ILAUD costruiscono un quadro di azioni che rappresenta la sintesi delle riflessioni, delle contraddizioni, delle difficoltà e degli obiettivi raggiunti dal “progetto moderno” in Italia. Nel 1951 Carlo Bo, rettore di quella che era al tempo la Libera Università di Urbino, oggi struttura statale, chiama De Carlo a progettarne la sede centrale, nel 1958 l’architetto genovese viene incaricato del Piano Regolatore Generale della città e nel 1962 del progetto dei Collegi. È l’inizio di un sodalizio con la città e con Bo che si protrarrà per diversi decenni. Carlo Bo definisce De Carlo “un rivelatore prima ancora che un costruttore”. Il progetto moderno, per una realtà come quella urbinate, caratterizzata prettamente da segni storici nell’urbano e nel territorio, si traduce in scoperta piuttosto che invenzione. Gli interventi progettati e realizzati tendono ad abbattere la dicotomia tra conservazione e innovazione: lavorare sull’esistente o sull’ex-novo, alla scala territoriale o a precisare il dispositivo architettonico è sempre esercizio di analisi dell’esistente che porta al disvelamento delle logiche che governano le parti, al disvelamento della struttura data che va proseguita con il linguaggio dello spirito del tempo, ovvero della modernità.

Un pioniere dell’aviazione mi diceva che quando sorvolava Urbino col suo piccolo aereo aveva difficoltà a individuare la città perché non riusciva a districarla dal disegno egualmente complesso e del tutto simile del suo paesaggio circostante.

Giancarlo De Carlo

Arrivando a Urbino si è immersi in un progetto di De Carlo, anche se poco riconoscibile; il territorio, il suo disegno, il continuum che questo definisce con l’architettura sono il senso profondo di questa terra ma anche l’oggetto delle attenzioni dell’architetto. Tre progetti,Il quartiere La Pineta, Ca’ Romanino e I collegi universitari declinano tre diversi atteggiamenti che concorrono a restituire la volontà di De Carlo di partecipare al disegno urbinate, di dialogare con i capisaldi territoriali, di definire un confronto con la terra attraverso la definizione di differenti sezioni, di piegare il progetto moderno a restituire il paesaggio ondivago delle colline marchigiane o il paesaggio della variazione continua proprio della città. Dai collegi, in forma di città, si può finalmente arrivare al Mercatale e qui capire Urbino: questo nodo di accesso su cui si sono sedimentati diversi strati della storia e su cui campeggia la facciata con i torricini del Laurana è il progetto in cui si ribalta il cannocchiale e si può guardare il territorio dalla città. L’operazione Mercatale è essa stessa un palinsesto di architetture ritrovate, recuperate, innestate dall’architetto genovese che nel suo primo piano regolatore investiva questo luogo del ruolo di porta monumentale in dialogo con la porta moderna progettata (ma non realizzata) a Lavagine. Il centro storico rappresenta la seconda tappa di questo viaggio ed è esso stesso, nel suo ritorno a nuova vita, opera di De Carlo. Qui è possibile visitare i diversi interventi per le sedi universitarie (Facoltà di Legge e Facoltà di Magistero) dove modernità e storia convivono potenziandosi a vicenda in un connubio che sembra nato con la città stessa e con il suo “palazzo in forma di città”, macchina architettonica nata a stabilire il dialogo perenne con il paesaggio.

Sara Marini

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