SOLITUDINI URBANE

Un’esposizione di 25 fotografie di Wim Wenders in mostra fino al 6 luglio

Le solitudini urbane negli scatti di Wenders. “Come ti trovi a Berlino Est? Alexander Platz aufwiederseen c’era la neve, faccio quattro passi a piedi fino alla frontiera: ‘vengo con te’”. A un tratto, camminando tra le stanze di Palazzo Incontro a Roma, mi accorgo che dal mio smartphone attraverso l’auricolare arrivano le note e le parole di Alexander Platz di Franco Battiato. Inconsapevole, o forse no, la scelta di questa colonna sonora per iniziare il viaggio attraverso Urban Solitude, l’esposizione di 25 fotografie di Wim Wenders in mostra fino al 6 luglio prossimo.

Berlino, già protagonista di uno dei film cult del regista di Düsseldorf, Il cielo sopra Berlino, ritorna di nuovo, anche nelle immagini catturate con la sua macchina fotografica rigorosamente analogica. Ma non c’è solo la città tedesca, con quel che è rimasto di ciò che è stato. C’è anche la giapponese Onomichi, la piccola città del Giappone meridionale dove Yasujir? Ozu girò Tokyo Story, e ci sono Mosca, le città americane e una deserta spiaggia dell’Adriatico.

Tutte immerse in atmosfere sospese, a metà tra la nostalgia e la desolazione, dove protagonisti sono luoghi apparentemente disabitati, quasi abbandonati o scenari urbani su cui il tempo ha lavorato e continua a lavorare inesorabilmente. Fotogrammi da cui emana una sensazione di solitudine come in Woman in the Window (Usa, 1999), ma anche di calma, ai margini di un tramestio che si può immaginare – o ipotizzare – al di là, e in cui il tema del paesaggio urbano si intreccia con quello della memoria, come in The Old Jewish Quarter, (Berlino, 1992).

Un’immagine, questa, che entrando nella sala in cui si trova colpisce perché, in lontananza, sembra ritrarre poeticamente dei papaveri rossi dipinti sulla facciata diroccata di un’abitazione e invece sono fori di proiettili. «Quell’istante – è il commento di Wenders in uno degli haiku stampati sulle pareti a complemento delle foto esposte – era vent’anni fa. L’ultima volta che sono passato in questo posto, era diventato un negozio di souvenir. Difficile adesso trovare le tracce di uno di questi fori di proiettili della seconda guerra mondiale a Berlino. Ogni immagine è una capsula del tempo, dopo tutto».

Paesaggio urbano e memoria si incontrano ancora in Alles oder Nichts (Berlino, 2008) dove sono ritratti i «resti del palazzo del Parlamento, simbolo del passato governo della Germania dell’Est. Qualche settimana più tardi “Nichts” (“Niente”) rimase e “Alles” (“Tutto”) era svanito».

E sempre a Berlino è stata scattata Subterranean Homesick Blues, (2011) mentre l’haiku che la commenta ricorda come su un edificio del centro della città una scritta reciti: “Questa casa sorgeva un tempo in un altro Paese”. «Cosa che si può dire per quasi ogni cosa nella ex DDR. Ma come la mettiamo con un altro graffito che sapientemente afferma: “La DDR non è mai esistita davvero”?». Nel suo volume L’atto di vedere Wenders scrisse che «le città non raccontano storie, ma possono comunicare qualcosa sulla “Storia”. Possono conservare e mostrare la loro storia, renderla visibile oppure nasconderla».

Questi scatti raccontano anche il passaggio dell’uomo attraverso la sua assenza, come nei desolati Moscow Backyard (Mosca, 2006) e in Mississippi Town (Usa, 2001). Non solo assenza di persone, ma anche di cose: in Back Yard (Onimichi, 2005) « l’assenza di una cosa ne sottolinea l’importanza. Soprattutto se si tratta di qualcosa che noi diamo per scontato. Come le finestre…».

Con l’immagine impressa dalla sua macchina fotografica il regista tedesco intende fissare, catturare e preservare  una realtà dalla quale l’uomo sembra si stia progressivamente allontanando, rapito dalla virtualità dell’epoca contemporanea, affidando al “senso dei luoghi”, cioè alla capacità di vedere, sentire, percepire l’essenza dei luoghi, l’interpretazione della loro storia.

Come ha scritto nell’omonimo volume «l’atto di vedere è una percezione e verifica del reale, un fenomeno che ha a che fare con la verità molto più del pensiero, nel quale invece ci smarriamo più facilmente allontanandoci dal reale. Per me, vedere significa sempre immergersi nel mondo, pensare, invece, prenderne le distanze». E, così, come testimone e interprete cerca «di ascoltare e vedere il messaggio di un posto e di tradurlo in un altro linguaggio, quello universale delle immagini».

La mostra, curata da Adriana Rispoli, è promossa dalla Regione Lazio nell’ambito del Progetto ABC Arte Bellezza Cultura e organizzata da Incontri Internazionali d’Arte e Civita.

Rosalinda Cappello
31 maggio 2014

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