SE IL TALENTO TI ASPETTA FERMO AL SEMAFORO

Le presenze e gli incroci metropolitani di Fabrizio Intonti, fotografo a quarant’anni

Autore radio-televisivo, di formazione filosofica, Fabrizio Intonti si scopre fotografo sette anni fa, a quarant’anni, fermo a un semaforo in mezzo al traffico. Da allora, la sua nuova vocazione si è sviluppata, perfezionata, ha scavato radici profonde in lui, trascinandolo oltre i rigidi dogmi della professione, nella contaminazione di tecniche e di linguaggi, ma con il fermo obiettivo di «mostrare lo straordinario nell’ordinario», e, con una punta di ironia, «l’ordinario nello straordinario, che si tratti di cose, persone, luoghi». Un percorso verso l’alto inarrestabile, il suo, che lo ha portato in poco tempo a vedere riconosciuto il suo talento. Un premio dopo l’altro, anche lui comincia a dirsi, a voce bassa, che forse la sua arte non è una semplice velleità. Il primo riconoscimento è arrivato quasi subito, nel 2010, con una menzione d’onore all’IPA – International Photo Awards di Los Angeles, considerato l’Oscar della fotografia. La sua prima mostra è del 2009 a Torino con Incroci metropolitani.

Come nasce quella serie?
L’idea è arrivata dalla mia frequentazione quotidiana della metropolitana di Roma. Ogni settimana leggevo sulla freepress in distribuzione la rubrica con gli sms d’amore inviati da sconosciuti ad altri sconosciuti incontrati in giro per la città. Quei messaggi, che talvolta ricevevano anche risposta, mi incuriosivano, e ho pensato di scattare alcune foto che ritraessero le situazioni di quelli che mi avevano colpito maggiormente. Ho provato a dare una forma alla dinamica soggiacente a questi meccanismi relazionali tra sconosciuti.

Dopo Incroci metropolitani la città ritorna anche in Presenze, che ritrae scorci di palazzi di notte. Sembra che lei sia suggestionato dalla vita metropolitana.
La mia massima ambizione, in realtà, sarebbe, come altri prima di me, rendere visibile l’invisibile. Ovunque, anche nei ritratti di persone dove la fotografia può mostrare una persona come se la si vedesse per la prima volta ma allo stesso tempo riconoscendola. Presenze è un’altra forma di incrocio, una serie fortunata, in divenire. Viaggiando di continuo, faccio foto in giro per il mondo, da Tokyo a Istanbul. L’idea è quella di fotografare le architetture con uno sguardo soggettivo, quello di una persona che cammina  accanto a questi palazzi, con una visuale dal basso. Normalmente la fotografia di architettura mira a ritrarre gli edifici nel modo più oggettivo e neutrale possibile, nella loro staticità e interezza imponente, per lo più frontale, dall’alto. La prospettiva dei miei scatti, invece, restituisce la relazione tra il passante e i palazzi di città cercandone la dinamicità, a tratti onirica, che questi edifici normali e anonimi mostrano di notte. Voglio anche portare l’attenzione sulle finestre illuminate che rivelano qualcosa che in genere rimane nascosta: la vita lì continua anche di sera, anzi, le case mostrano di essere abitate proprio di sera quando la gente rientra a casa.

Dalle persone intuite oltre le luci dei palazzi di notte, alle figure solitarie diSoliloqui. Ha voluto rappresentare il momento in cui il soggetto è in dialogo con se stesso?
Queste foto non rappresentano individui in un momento di raccoglimento, ma ritraggono più semplicemente degli intermezzi fatti di “nulla” di persone sole, per contrasto con la nostra esistenza sempre occupata, sovraccarica di cose da fare, di contatti che si sovrappongono. Anche quando siamo soli non facciamo pause, siamo sempre connessi, sempre in relazione con qualcuno.

Poco più di un mese fa è arrivato un altro importante riconoscimento internazionale, il primo premio al Moscow International Photography Awards 2014, nella categoria Professional/Nature, con il ciclo La segreta armonia. Qual è l’armonia segreta che anima queste foto, che sembrano quasi dei dipinti?
A differenza di altre serie, questa non è stata progettata o pensata, ho semplicemente colto un gioco visivo durante una passeggiata nella campagna umbra. Ho cercato di rappresentare il dialogo tra la conformazione naturale del terreno al tramonto del sole dietro le colline e le linee frutto dell’attività umana, un po’ come le famose serie di Franco Fontana. Sono sottili armonie che mostrano come l’eterno conflitto tra uomo e natura possa dispensare momenti di equilibrio, magari illusorio anche quello.

Queste stesse foto sono arrivate al terzo posto, nella categoria Natura/Stagioni, agli IPA 2014 -International Photo Awards di Los Angeles, un concorso a cui quest’anno sono arrivate in totale 27mila foto inviate da 104 Paesi di tutto il mondo. La lista dei premi e dei riconoscimenti è straordinariamente lunga se si considera che ha iniziato da meno di dieci anni. Facciamo un passo indietro, proprio al giorno in cui ha scattato la foto da cui è partito tutto. Che cosa l’ha spinta? 
Niente di più banale. Volevo provare la fotocamera del telefonino che avevo da poco acquistato, che tra l’altro aveva una risoluzione ridicola. Ho inquadrato la striscia blu parasole della parte superiore del parabrezza anteriore della mia macchina, come se ci fosse una porzione di cielo colorata diversamente dal resto. In quel momento ho capito che mi piaceva il linguaggio fotografico, che poi alla base è sempre lo stesso: catturare ritagliando una porzione di mondo con l’inquadratura e renderlo espressione. È accaduto all’improvviso, in passato non avevo nutrito molto  interesse al riguardo, non ero solito fotografare né andare a mostre di fotografia. Ho lavorato con il video e la pittura, ma la fotografia mi annoiava.

Che cosa la tediava in particolare?
Il suo processo di realizzazione, lungo, lento e una certa rigidità e invariabilità nel linguaggio, dovuta alla mia ignoranza in materia. Appartengo, infatti, solo anagraficamente alla generazione cresciuta con la pellicola, che solo successivamente ho studiato. Una generazione spesso critica con il digitale e con i software che permettono a tutti di correggere, migliorare uno scatto, dopo averlo fatto. E allora? Dico sempre che quest’atteggiamento ricorda la chiusura verso il nuovo che i pittori mostrarono all’arrivo della fotografia accusandoli di cavarsela con un semplice click. A me francamente questa diatriba non interessa molto. La partita si giocherà sempre più sulle idee e non sulla tecnica, che conterà sempre meno. Per questo penso che sia una battaglia persa. Per me Photoshop e software simili sono al servizio della creatività più che della correzione delle imperfezioni o dello stravolgimento dei contenuti. Ovviamente, va dichiarato quale uso della fotografia si vuole fare: se documentare in senso stretto – la foto tessera – o se invece per interpretare – il ritratto. Io sono più interessato a fissare un pensiero visivo, a partire da quello che uno strumento come la macchina fotografica può catturare.

ROSALINDA CAPPELLO

18 novembre 2014

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