QUANDO LA PROGETTAZIONE ASCOLTA IL TERRITORIO, LA CITTA’ RINASCE

Lorenzo Rota, architetto urbanista, racconta i piani di recupero di Matera

A nove mesi dalla designazione di Matera come capitale europea della cultura, torniamo nella città dei Sassi con un viaggio in due puntate per vedere a che punto è il percorso di avvicinamento all’appuntamento e per comprendere meglio quale siano i fattori che hanno portato al “modello Matera” e al recupero del suo patrimonio architettonico e urbanistico.

Nella seconda tappa del viaggio, il nostro interlocutore è l’urbanista Lorenzo Rota (nella foto), autore di Matera, storia di una città, in cui si racconta il recupero della città antica grazie alla collaborazione e al confronto tra studiosi materani, fra cui Raffaele Giura Longo.

Matera è stata attraversata negli ultimi decenni da un dibattito culturale che si è accompagnato al recupero urbanistico e architettonico dei Sassi. Quando e com’è iniziato questo percorso di rinascita?
Alla fine degli anni Sessanta, Matera antica era in una situazione di degrado socioeconomico e di abbandono perché, svuotata dei suoi abitanti, era diventata un ghetto e un covo di malavita. Nel decennio precedente, infatti, con l’esperimento di politica urbanistica condotto dal governo De Gasperi e da Adriano Olivetti, allora presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica, la città era diventata un vero e proprio laboratorio e gli abitanti dei Sassi – ormai invivibili e malsani – erano stati trasferiti in quartieri nuovi che assicuravano condizioni di vita migliori, progettati da architetti come Piccinato e Quaroni. Sul finire degli anni Sessanta, dunque, la cultura materana concentrò i suoi studi sul passato della città. Protagonisti erano due poli: il Circolo della Scaletta, un gruppo di giovani attento al patrimonio storico-artistico – di cui l’attuale sindaco è un’espressione – che studiava il dimenticato tesoro rupestre con le sue oltre cento chiese scavate nella roccia, e il nucleo discendente dai circoli olivettiani, che ruotava attorno a Raffaele e Tommaso Giura Longo – del quale facevo e faccio parte – che con la rivista Basilicata sviluppava una serie di attività culturali e di riscoperta dei Sassi, quasi dimenticati e non considerati parte integrante della città, di cui invece erano il cuore storico, ma visti come un insediamento antropologico risalente a epoche di un passato lontano.

Quindi, il loro ritorno alla vita è frutto di un attenta ricerca sulla storia del territorio?
Sì. Studiando il tessuto dei Sassi con le tecniche del risanamento conservativo e con l’analisi del rilievo architettonico venivano fuori architetture ben denotate culturalmente, che testimoniavano come i Sassi avessero attraversato duecento anni di degrado socio-economico – in cui gli abitanti erano stati costretti a condividere gli ambienti con gli animali perché non disponevano delle risorse necessarie per farsi una casa per conto loro – ma che non era tutto grotte, rocce e caverne e che la loro matrice originaria era di ottima qualità, con tipologie edilizie recuperabili, connotate da precisi stilemi della cultura ufficiale: case a coorte, palazzetti, etc. I Sassi, dunque, erano centro storico. Queste acquisizioni portarono la classe dirigente materana a progettare il futuro della città, fornendo gli strumenti adeguati alle evidenze che emergevano dalle ricerche. Era il 1975 quando la classe dirigente materana decise di bandire un concorso internazionale sul tema del recupero dei Sassi di Matera, per avere un confronto pubblico anche con culture diverse, su quale potesse essere la soluzione da dare al problema del degrado del Rione Sassi e di una città con cinquantamila abitanti e trenta ettari di suolo assolutamente inutilizzabili.

A quale esito portò il concorso?
Dal confronto internazionale emersero tre linee culturali: la prima – quella classica – del piccone demolitore, come in via della Conciliazione a Roma, le teorie di Giovannoni e dei diradamenti che ha conformato di sé tantissimi centri storici italiani, ma che alla fine degli anni ’70 era già fuori tempo. A Bologna, infatti, si stavano già realizzando i piani particolareggiati di recupero, Modena e molte città del centro Nord Italia stavano lavorando al risanamento conservativo. La seconda linea era quella della museificazione, della conservazione assoluta che, rifacendosi a quell’aspetto di “civiltà” contadina che si pensava esprimessero i Sassi così come ci erano stati lasciati negli anni Cinquanta dai poveracci che erano stati “deportati” in altri quartieri, sosteneva che i Sassi dovessero essere una specie di museo a cielo aperto, inanimato, di quella “civiltà”. Un po’ come Pompei. Infine, c’era la terza linea – del gruppo di Raffaele e Tommaso Giura Longo, che aveva come padre culturale in Leonardo Benevolo – quella del risanamento conservativo. Questo indirizzo si rifaceva alla Carta di Gubbio dell’Inu, che nel 1960 aveva codificato le modalità con cui si doveva intervenire nei centri storici: la conoscenza, la pianificazione del recupero, il mantenimento della residenza all’interno dei centri storici e poi le attività compatibili con le caratteristiche del tessuto, quindi, il risanamento conservativo. Prevalse quest’ultima linea e anche in questo caso, la politica diede gli strumenti, mettendo in moto un processo anche legislativo, con l’approvazione, nel 1986, della legge speciale, 771/86, con la quale sostanzialmente si finanziavano i piani di recupero conservativo del Rione Sassi, affidati al nostro gruppo, capitanato da Tommaso Giura Longo.

Che cosa prevedevano quei piani di recupero?
Innanzitutto, che nei Sassi bisognava tornare ad abitare. Originariamente avevano avuto una funzione residenziale dignitosa che, nel sovraffollamento fra Settecento e Ottocento, era stata perduta a causa del loro frazionamento. Riportati alla loro conformazione originaria, tanti palazzetti e case a coorte potevano diventare abitazioni adeguate ai parametri della vita contemporanea, per quanto con l’automobile non siano raggiungibili.  Un’altra funzione che veniva loro riconosciuta era quella di servizi alla residenza e alla città culturale. L’attività principale del centro storico era quella del turismo culturale, quindi doveva accogliere i servizi di ospitalità, l’artigianato e il commercio. I piani, inoltre, prevedevano che il tessuto perimetrale a Sassi o i grandi palazzi nobiliari e i conventi – che non potevano essere trasformati in condomini – ricchi di architetture significative, dovessero diventare sede delle istituzioni culturali. È ciò che è stato fatto. Si tratta degli edifici più importanti dell’architettura barocca.

Come si è proceduto nella pratica al ripopolamento dei Sassi?
La legge speciale dell’86 rese disponibili gli immobili che per due terzi erano diventati demaniali, consegnandoli al comune che, sulla base dei piani di recupero, li ha girati ai privati cittadini che hanno provveduto agli interventi di recupero. I piani dividevano le destinazioni a seconda delle aree e della tipologia dell’immobile, individuandone la ricomposizione tipologica. È stata una rivoluzione culturale: i figli e i nipoti di quelli che erano andati via, sono ritornati fra lo scetticismo dei vecchi genitori e dei nonni e hanno trasformato l’inferno in un paradiso che il mondo ci invidia.

Dal suo racconto sembra di assistere a un felice caso in cui politica e progettazione coesistono e producono risultati efficaci e apprezzati anche fuori dai confini italiani?
Proprio così. E con quegli interventi siamo riusciti a conferire alla città quelle caratteristiche che l’hanno portata nel ’93 al riconoscimento dell’Unesco, nel 2005 al premio della Commissione europea per la migliore pianificazione europea, per i piani di recupero dei Sassi e, infine, alla designazione di Capitale europea della cultura, grazie a una presentazione innovativa e modernizzata dei piani stessi. Ora non resta che sperare in un’estensione dei frutti al territorio circostante, perché la Basilicata interna è in condizioni tragiche. Matera può diventare un traino, se si riesce a rivitalizzarlo seguendo il percorso già tracciato, con la rivalutazione dell’identità storica.

ROSALINDA CAPPELLO

4 agosto 2015

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