PEPPOLONI: TERRITORIO, LA PREVENZIONE È UNA QUESTIONE DI RETE

L’Italia e il dissesto del territorio: il parere dell’esperta/1

Da Senigallia alla Maremma, passando per il Veneto, Genova, Parma e il Friuli, anche quest’anno “bombe d’acqua”, esondazioni, frane e alluvioni sono tornate a seminare devastazione e morte nei territori interessati. Come nel caso del capoluogo ligure e della bassa Toscana, spesso, le zone coinvolte sono le stesse che erano state colpite da eventi simili negli anni precedenti. Puntualmente, ci si torna a chiedere come sia possibile che le esperienze precedenti non siano servite a niente e i fiumi di parole sulla mancata allerta e sui ritardi per la messa in sicurezza del territorio sembrano ritornelli cacofonici di una canzone che nessuno vorrebbe più ascoltare.

Silvia Peppoloni è una geologa che si occupa di pericolosità sismica, geotecnica e geomorfologica, ricercatrice presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e docente del corso di dottorato di ricerca in “Progettazione e Gestione dell’Ambiente e del Paesaggio”, presso la Facoltà di Architettura dell’Università “La Sapienza” di Roma. A livello internazionale, è tra i principali promotori della Geoetica, impegnata nello sviluppo della ricerca di base dei principali temi dell’etica in relazione alle scienze della Terra. Di recente, ha scritto il volume Convivere con i rischi naturali (Il Mulino). Oggi pubblichiamo la prima parte del nostro incontro con lei.

Professoressa, ormai l’esperienza ci ha abituati al fatto che l’Italia è un Paese soggetto a disastri legati alle calamità naturali: terremoti, eruzioni, frane, inondazioni. Quanto influisce l’oggettiva vulnerabilità geologica e quanto le amministrazioni e i cittadini con incuria, abusi, disboscamento e cementificazioni?
I recenti eventi distruttivi, nonostante fossero prevedibili, ci colgono di nuovo impreparati, mettendo a dura prova i cittadini, le nostre attività produttive e il nostro patrimonio storico, artistico e culturale, dimostrando, soprattutto, e ancora una volta, la mancanza di una cultura della prevenzione nel nostro Paese. L’Italia è geologicamente giovane e per questo fragile. A questo ambiente fisico così difficile, si sono colpevolmente aggiunti interventi antropici poco ponderati che modificano equilibri naturali preesistenti e una gestione del territorio che sottovaluta l’evoluzione dei luoghi fisici e la loro intrinseca vocazione naturale, arrivando nel tempo a occupare aree non idonee a insediamenti abitativi o industriali. E la natura non fa altro che riprendersi i suoi spazi, a dispetto dei nostri progetti.

Si riferisce, per esempio, alla trasformazione degli assetti e delle dinamiche dei corsi d’acqua?
Sì, la maggior parte di essi ha subito profonde modifiche: canalizzazioni, sbarramenti trasversali e deviazioni hanno interessato interi tratti di aste fluviali, comportando in generale un rimpicciolimento degli alvei, un incremento della velocità di deflusso e il conseguente aumento dell’energia erosiva delle acque. La pratica di ubicare cave direttamente nell’alveo dei fiumi, per il prelievo di materiale, ha provocato l’alterazione dei sedimenti che i corsi d’acqua prendono in carico nel loro tragitto, inglobandoli nella massa idrica e trasferendoli verso la foce. Anche l’urbanizzazione e la cementificazione spinte, oltre ad aver sottratto al fiume aree naturali di espansione per le sue acque, hanno alterato la permeabilità del terreno, ovvero la sua capacità di lasciar infiltrare l’acqua nel sottosuolo. Tale condizione comporta in molti casi un aumento del ruscellamento delle acque superficiali, della loro velocità e un incremento delle possibilità che si determinino pericolose situazioni di accumulo di masse idriche in prossimità dei restringimenti vallivi.

Dopo l’ennesimo disastro, viene da chiedersi come si possa passare, una volta per tutte, dalla cultura dell’emergenza alla prevenzione?
Il nostro Paese è ancora poco solerte nella prevenzione, per mancanza di risorse economiche, per inefficienze burocratiche e per un inadeguato coinvolgimento della popolazione. Il progresso scientifico sta dimostrando che difendersi dai rischi è possibile, con il monitoraggio accurato e continuo dei fenomeni, con l’utilizzo di metodi di pre-allertamento, con un’oculata gestione del territorio, con metodi costruttivi idonei e ben tarati sulle caratteristiche di pericolosità di ogni zona, e anche attraverso l’educazione e l’informazione ai cittadini. Questa è la vera prevenzione che aiuta a ridurre danni e vittime, attraverso interventi sull’ambiente (stabilizzazione di frane, consolidamento di terreni, manutenzione delle reti idrografiche, realizzazione di interventi di messa in sicurezza, ecc.), sul costruito (interventi di miglioramento strutturale dei manufatti per la riduzione della vulnerabilità), ma anche attraverso adeguate campagne ai cittadini, che informino sui comportamenti virtuosi da tenere durante le emergenze.

Dopo un disastro è frequente la rabbia della popolazione verso le amministrazioni locali, colpevoli di non aver fatto nulla per prevenire. La prevenzione dipende solo dagli amministratori?
No, la prevenzione è efficace quando funziona la rete dei ruoli e delle responsabilità di ognuno degli attori coinvolti nello scenario di rischio: cittadini, amministratori locali, tecnici, scienziati, legislatori, politici, mass media. Gli scienziati non devono allarmare o rassicurare, ma mettere a disposizione le loro conoscenze per orientare chi deve prendere le decisioni sul territorio. I politici sono tenuti ad attivare azioni di governo per la tutela dei cittadini e del territorio e a garantire il rispetto di adeguati livelli di sicurezza. I mass media devono porre maggiore attenzione alla qualità delle informazioni che raccolgono e diffondono, avendo cura che siano scientificamente attendibili. E, infine, ci sono i cittadini, spesso considerati un soggetto passivo nell’ambito della difesa dai rischi, che invece devono avere un ruolo attivo, con il diritto di pretendere che lo Stato agisca in maniera preventiva e con il dovere di informarsi e di comprendere l’importanza di investire sulla propria sicurezza.

 

ROSALINDA CAPPELLO

21 ottobre 2014

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