PEPPOLONI: CON LA GEOETICA, UNA CULTURA PIÙ ATTENTA ALL’AMBIENTE

L’Italia e il dissesto del territorio: il parere dell’esperta/2

Continua la chiacchierata con la geologa Silvia Peppoloni, che si occupa di pericolosità sismica, geotecnica e geomorfologica. Autrice del volume Convivere con i rischi naturali (Il Mulino), è ricercatrice presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e docente del corso di dottorato di ricerca in “Progettazione e Gestione dell’Ambiente e del Paesaggio”, presso la Facoltà di Architettura dell’Università “La Sapienza” di Roma.

Qual è il livello di rischio che si ripresentino calamità come quelle di cui siamo stati testimoni in questi giorni, a cui è esposto il nostro territorio?
Premettendo che spesso rischio e pericolosità sono usati come sinonimi e invece hanno accezioni diverse (la pericolosità è una caratteristica intrinseca del territorio, mentre il rischio implica la presenza sul territorio di elementi che possono essere danneggiati), per valutare concretamente il rischio non è sufficiente conoscere la pericolosità, ma occorre anche stimare attentamente i beni presenti sul territorio, che possono essere coinvolti dall’evento, e la loro vulnerabilità.

Esiste una mappatura delle zone a rischio idrogeologico?
Nel nostro Paese ci sono le Autorità di Bacino, enti di riferimento in materia di rischio idrogeologico preposti alla pianificazione e alla gestione dei corsi d’acqua e responsabili di attuare corrette azioni di mitigazione del rischio da frana e da alluvione. Per ciascun bacino idrografico del territorio nazionale, esistono cartografie che indicano le aree soggette a rischio idraulico e al rischio da frana.

In Italia c’è un piano idrogeologico nazionale?
No, attualmente non esiste. Tuttavia, pur nella deprimente situazione degli ultimi giorni, c’è un’iniziativa che fa ben sperare: la costituzione di una Coalizione per la prevenzione del rischio idrogeologico che ha l’obiettivo di riportare tra le priorità politiche del nostro Paese una strategia generale di governo del territorio e delle acque e un’efficace politica di adattamento ai cambiamenti climatici per la mitigazione del rischio da frane e alluvioni, coerentemente con quanto previsto dalle direttive europee. Credo che la creazione di questa coalizione possa contribuire ad affrontare in maniera efficace la sfida della mitigazione dei rischi, in primo luogo perché mette insieme numerose componenti della società civile. Vorrei segnalare anche l’iniziativa governativa in materia di rischio idrogeologico, rappresentata dall’istituzione delle due Strutture di Missione di Palazzo Chigi contro il dissesto idrogeologico, per le infrastrutture idriche e l’edilizia scolastica. Attraverso il sito Italia sicura sarà possibile per tutti i cittadini avere informazioni su cantieri, opere, iniziative per la mitigazione del rischio idrogeologico e la riqualificazione delle scuole. È auspicabile che questa iniziativa favorisca un radicale cambiamento di approccio al problema. L’obiettivo è quello di coinvolgere tutti i cittadini nella conoscenza del rischio nei territori in cui vivono per aumentare la consapevolezza e ridurre l’esposizione ai rischi.

Si potrebbe parlare anche di un nuovo approccio culturale?
Certamente. Sarà necessario anche un cambiamento di mentalità, un’azione decisa sul piano culturale, che ci porti a riscoprire il valore del territorio che abitiamo. Dissesto geologico e dissesto sociale nel nostro Paese sono intimamente legati. Entrambi sottolineano una disattenzione collettiva verso il territorio. Il territorio è il supporto fisico delle attività umane, non è semplicemente il luogo in cui per caso siamo nati o viviamo, ma rappresenta uno dei valori fondanti della nostra identità individuale e sociale, una preziosa risorsa anche in termini economici, e in quanto tale, esso andrebbe considerato un bene comune, da condividere e salvaguardare. Perché ci sia un reale avanzamento nella difesa dai rischi, la risposta pratica ai problemi deve essere accompagnata e sostenuta da una visione etica nel concepire e relazionarsi al territorio. La geoetica di cui parlano i geologi può portare a questo avanzamento.

Che cos’è la geoetica?
È la disciplina che si occupa delle implicazioni etiche, sociali e culturali della pratica e della ricerca geologica. Nasce dall’urgenza di riconsiderare il rapporto tra l’uomo e il territorio, l’uomo e il pianeta. E si pone come uno strumento efficace per aumentare la consapevolezza della comunità scientifica e anche della società nel suo insieme rispetto a problemi come quello del rischio. La geoetica si pone obiettivi sia pratici che teorici: da una lato, mira a offrire soluzioni, compatibili con il rispetto dei giusti equilibri esistenti in natura, attraverso l’utilizzo di strumenti specifici, come procedure condivise, protocolli, linee guida, codici deontologici, metodi e strategie d’intervento; dall’altro, essa mira anche a fornire un quadro di riferimento culturale, etico e sociale, da seguire nel condurre l’attività geologica a servizio del bene pubblico.

Dunque, potrebbe prospettarsi per il geologo un ruolo di importanza sociale che lo veda impegnato al fianco delle istituzioni per assicurare una tutela preventiva del paesaggio?
Il ruolo dei geologi non ha solo una valenza tecnico-scientifica, ma è anche un ruolo socio-culturale. I geologi hanno competenze specifiche e uniche e il contributo che possono dare quali studiosi ed esperti delle questioni che riguardano il territorio in un Paese come il nostro è essenziale. Possono promuovere una cultura attenta all’ambiente, una corretta informazione sui rischi, una più costruttiva interazione tra comunità scientifica, mass media, società civile e mondo politico. Possono senz’altro orientare i politici sulle decisioni da prendere nella gestione delle criticità territoriali e sensibilizzare la società sul valore del nostro territorio, da considerare un patrimonio comune, una risorsa culturale, educativa e scientifica, oltre che una importante risorsa economica per il nostro Paese. I geologi sono pronti ad assumersi questa responsabilità e a dimostrare che le loro conoscenze, se ben usate, possono realmente costituire un vantaggio per la popolazione.

ROSALINDA CAPPELLO

23 ottobre 2014

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