PATRIMONIO VISIBILE E PATRIMONIO NASCOSTO

Una ricerca sui teatri marchigiani e sulla loro identità costruttiva come luoghi dal notevole fascino artistico culturale e architettonico

Gli edifici teatrali marchigiani presentano un notevolissimo fascino storico-culturale la cui peculiarità consiste oltre che nell’essere luoghi in cui si sono susseguite innumerevoli rappresentazioni della nobile espressione umana (rassegne teatrali e musicali), anche nell’essere dei contenitori di elevato valore architettonico e artistico. Tale valore è immediatamente percepibile entrando nelle fastose sale per il pubblico ma è anche sorprendentemente celato negli apparati lignei che costituiscono le attrezzature interne e di copertura, realizzate sia nella zona predisposta ad accogliere gli spettatori (cavea o platea) sia nella zona destinata alle rappresentazioni (palcoscenico). Qui di seguito si vuole effettuare un percorso spazio-temporale passando attraverso alcuni esempi di teatri marchigiani con l’obiettivo di avere un panorama sulla presenza e sull’evoluzione storica di questi edifici nel territorio nonché, finalmente, scoprire per cenni il patrimonio nascosto costituito da ardite strutture lignee di alcuni casi esemplari e da caratteristici particolari costruttivi che rilevano le soluzioni adottate per tali realizzazioni. L’alta concentrazione di valenze architettonico e artistiche presenti in ogni singolo esempio, non permette di poter effettuare il suddetto percorso in modo sintetico e lineare, tuttavia, la presente esposizione, passerà da descrizioni di carattere informativo a descrizioni di carattere tecnico conoscitivo senza soluzione di continuità nel tentativo di descrivere in modo sicuramente non esaustivo ma generalmente completo lo scenario regionale.  Fin dai primi esempi di teatri romani, si può affermare con convinzione che le Marche “parteciparono con continuità storica alla evoluzione del teatro italiano e alla definizione degli spazi per la sua rappresentazione” (Mariano 1997, pag.57). Allo stato attuale delle conoscenze si possono contare almeno nove teatri, la maggioranza dei quali di età augustea dal I sec. a.C. al I sec. d.C., nei pressi di Ascoli, Jesi, Ostra Vetere, Piane di Falerone, Fermo, Villa Potenza, Acqualagna, Urbisaglia e Urbino.Durante il medioevo, le rappresentazioni, anche nelle Marche, sopravvissero in qualche maniera nelle forme del sacro, nelle chiese e poi nei sagrati, ma restano ancora da colmare in maniera sistematica diverse lacune inerenti i luoghi deputati a tali rappresentazioni. Maggiore documentazione è, invece, disponibile per il periodo rinascimentale. Gli spettacoli teatrali della seconda metà del XV secolo si svolgevano prevalentemente in occasione del carnevale o in particolari circostanze ufficiali, allestiti negli spazi delle sale o dei cortili delle piazze delle piccole o grandi corti e dei municipi con strutture comunque rigorosamente temporanee . Il primo teatro stabile delle Marche, tuttavia, risulta tradizionalmente attribuito a Fano (PU) e datato 1556. Qui la municipalità concesse un salone del palazzo del Podestà come luogo per le rappresentazioni .Durante tutto il XVII secolo continuò la tendenza, e i maggiori centri marchigiani si apprestarono a trasformare le cinquecentesche occasionali “sale della commedia” in più o meno stabili strutture pubbliche o private, se non in vere e proprie edificazioni a se stanti. Un distillato delle migliori acquisizioni correnti dell’architettura teatrale seicentesca, ci viene data sempre a Fano dal Teatro delle Fortuna ad opera di Giacomo Torelli, uno tra i più famosi inventori e realizzatori delle scene teatrali barocche. Lentamente, ma inesorabilmente, l’esigenza di adeguare un po’ ovunque le vecchie e inadatte sale con criteri sempre più aggiornati e funzionali portò a conformare le nuove strutture al modello ormai universalmente accettato del “teatro all’italiana”. E tra il 1700 e il 1800, la regione Marche fu caratterizzata da un fenomeno di tale proliferazione e rinnovo che produsse almeno centosessanta teatri costruiti e demoliti, per un totale di ben centotredici teatri indicati dal censimento ministeriale del 1868.Nella scelta della geometria della sala le forme più arcaiche (quelle ad U) furono in relazione generalmente agli allestimenti più antichi (ad esempio il teatro di Ripatransone aperto nel 1824 o il teatro di S. Marcello iniziato nel 1870). E tutte le realizzazioni sembrerebbero condizionate peraltro dall’impossibilità di allargare la curva dei palchetti della sala, costretta in antichi edifici preesistenti, più che da condizioni ideologiche. La soluzione con pianta “a campana”, una delle tante originali invenzioni della famiglia Galli Bibiena, è presente nel territorio marchigiano e la si può trovare ad esempio nel primo teatro di San severino, poi demolito, progettato dal fanese  Domenico Bianconi. O nel teatro Condominiale (oggi Lauro Rossi) a Macerata con l’inusuale profilo centinato degli architravi dei palchetti.Esempi di teatri a pianta ellittica-ovoidale sono, invece, il Pergolesi di Jesi (1798), quello della Fenice di Amandola del 1812, quello di Monteroberto del 1816, il teatro di Corridonia del 1817 e quello di Montelupone del 1869-71. Quest’ultimo significativo come l’unico teatro dove sia stata applicata in ritardo la pianta ellittica-ovoidale anziché quella a “ferro di cavallo”, ormai presa a modello pressoché unanimemente a quella data A “ferro di cavallo” ritroviamo comunque oltre il sessantacinque per cento dei teatri marchigiani costruiti tra la fine del ‘700 e tutto l’ ‘800. Essa fu, ad esempio, la pianta preferita dall’architetto della Scala di Milano, il Piermarini, che lasciò nelle Marche il disegno del Teatro Condominiale di Matelica. Anche il senigalliese Pietro Ghinelli, uno tra i più significativi architetti neoclassici marchigiani, adottò la pianta la pianta a ferro di cavallo sia nella spaziosa sala del Teatro Nuovo di Pesaro, sia nello scomparso teatro delle Muse di Ancona, lodato a suo tempo per l’ottima acustica e comodità dei suoi palchetti.Fra le principali innovazioni costruttive importate che si affacciano, seppur timidamente, nella tipologia teatrale marchigiana del XIX secolo è da segnalare anzitutto, l’adozione nei palchetti dei parapetti a fascia omogenea e continui (es. teatro Gentile di Fabriano – immagine a seguire), resi in questo contesto dal Piermarini, dal Ghinelli, e dall’Aleandri, sempre più lisci e piatti con decori pittorici. Inoltre, nonostante resistettero a lungo i soffitti piacevolmente “movimentati” da flessibili ma alla fine meno acustiche volte ad ombrello (ad esempio a Tolentino), o a unghiature e lunette (ad esempio a Matelica, a Macerata, e a Fabriano), si diffonde l’adozione, sia nelle ristrutturazioni che nelle nuove fabbriche, del soffitto a plafone, in canne e gesso, a curva molto tesa quasi piatta, che, invece di erompere con lunette ed unghie dai pilastrini divisori dei palchetti, li scavalcava per poggiare direttamente sui muri perimetrali. Soluzione, quest’ultima, ben rappresentata dal Teatro della Fortuna di Fano, opera del Poletti, con il loggione a balconata aperta Se da un punto di vista di organizzazione interna i teatri marchigiani parteciparono sempre alle innovazioni che si susseguirono incessantemente a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, sempre più sentito divenne in questo lasso temporale anche l’aspetto esterno, ovvero del loro rapporto con la città. Il teatro all’italiana, infatti, venne a caratterizzare le nuove piazze e in alcuni casi si configurò come elemento dell’espansione dell’assetto urbanistico delle città e le sue facciate si prestarono bene alla nuova richiesta di decoro urbano .Allo stato attuale, molto significativo in questi ultimi anni è stato il lavoro di recupero, restauro e di riapertura dei teatri storici promosso dalla Regione: la maggior parte dei 73 teatri storici marchigiani rimasti dei 113 censiti nel 1968, molti dei quali come già detto di grande valenza architettonica, sono tornati ad essere il fulcro vitale della programmazione culturale della maggior parte dei Comuni in cui sono inseriti, venendo così restituiti alla collettività. Come già detto, al di là della pur importante valenza come contenitori di rassegne teatrali e musicali il patrimonio dei teatri storici all’italiana ha grande valore intrinseco sotto il profilo architettonico e artistico. In particolare, all’interno dell’edificio teatrale sono spesso presenti strutture in legno di particolare valore che ne compongono la sala. Architetture in legno imponenti (i palchetti), affreschi, stucchi e dipinti straordinari che decorano i grandi plafoni in canne gesso a copertura della platea, sipari di grande pregio artistico, il tutto in molti casi realizzati da grandi artisti di varie epoche: questo è in estrema sintesi lo spettacolo che si presenta agli occhi del visitatore entrando in una delle tante sale teatrali all’italiana sparse per il territorio, perché ognuna di esse conserva qualcosa di veramente importante a prescindere dalle dimensioni che variano in maniera davvero consistente: si passa dalla maestosità di alcuni grandi teatri, alla cura dei particolari di altri piccoli teatri che sono dei veri e propri gioielli.Ma è presente anche una architettura che non si presenta subito all’occhio del visitatore, una architettura più nascosta, costituita dalle ardite capriate in legno della copertura e dalle ingegnose orditure che sorreggono i fasti delle grandi superfici plafonate o i vari macchinari di scena, non ultimo il grande lampadario centrale. In molti casi, soprattutto prima dell’ ‘800 (ma anche dopo per quanto riguarda i teatri di provincia), questi apparati in legno venivano realizzati in edifici già esistenti (AA.VV.,1983). E’ infatti solo dopo la metà del ‘700, con un processo iniziato intorno alla metà del XVII secolo, che la sala teatrale all’italiana è ormai tipo logicamente definita (Rotondi, 2000) e la zona destinata al pubblico, detta cavea o sala, inizia a distinguersi nettamente dalla zona del palcoscenico, e le due vengono separate da un proscenio o da un arco scenico. E’ in questa fase che avviene la “saturazione” delle strutture lignee destinate ad accogliere il pubblico, nell’intento di amplificare, a discapito delle vecchie gradinate, il sistema delle logge sovrapposte, rendendolo completamente fruibile, in modo da aumentare la capienza e contemporaneamente disporre in modo unitario quei camerini separati richiesti specialmente nei teatri pubblici o “del soldo”, facendo così uscire il teatro dai saloni delle corti nobiliari. Sono di questo periodo, ad esempio, il Teatro Comunale di Bologna progettato da Antonio Galli Bibiena inaugurato nel 1763; il Teatro Lauro Rossi di Macerata realizzato sempre da Antonio Galli Bibiena con Cosimo Morelli; il Teatro dell’Aquila di Fermo del 1780-91 ideato sempre da Cosimo Morelli; il Teatro Regio di Parma realizzato negli anno 1821-29 da Niccolò Bettoli. Fino alla consacrazione tutta ottocentesca, con tutta una serie di teatri che si data dalla metà alla fine del secolo: è del 1845-55, per rimanere su esempi del territorio marchigiano, il Teatro Filippo Marchetti di Camerino ideato da Vincenzo Ghinelli; è del 1845-3 il Teatro Comunale di Fano dell’architetto Luigi Poletti; del 1870-1878 il Teatro Comunale di Cagli dell’architetto Giovanni Santini; del 1869-1884 il Teatro Gentile da Fabriano, nell’omonima città, dell’architetto Luigi Cleomene Petrini.Un esperienza più approfondita riguardo il tesoro architettonico nascosto in questi teatri può essere vissuta scaricando la seguente tesi di dottorato: LE STRUTTURE IN LEGNO NELLA TRADIZIONE COSTRUTTIVA DELLE SALE TEATRALI ALL’ITALIANA TRA IL ‘700 E ‘800. Nel suo complesso, infatti, la sala teatrale all’italiana, è sì oggetto di numerose pubblicazioni, ma tali pubblicazioni ne descrivono esaustivamente le caratteristiche storiche, tipologiche morfologiche e distributive (Regione Marche, 2000; Mariano, 1997; AA.VV., 1993; Garbero Zorzi e Zangheri, 1990-1998; Cruciani, 1993; Mondaini, 1982). Tuttavia, per quel che riguarda gli aspetti più specificatamente costruttivi delle sue componenti in legno (escludendo le capriate che, comunque, sono quasi sempre trattate in maniera avulsa rispetto al contesto teatrale), si può far riferimento solo a pubblicazioni che riguardano singoli e specifici casi , perlopiù inerenti a qualche lavoro di restauro statico (Messina e Paolini, 1990; Messina et. al., 1989; Balenci et. al., 1983; Pozzati et. al., 1982) in cui vengono descritti solo gli elementi oggetto dell’intervento, in genere plafoni. Di regola, infatti, anche la manualistica storica riguardante i teatri, e in particolar modo le sale all’italiana, in esse presenti, non si sofferma su un analisi tecnologico-costruttiva di questi elementi, ma si sofferma più su una descrizione di carattere architettonico-formale (Maffei, 1753; Milizia, 1771), dando solo alcune regole di proporzione fra le parti (Carini Motta, 1676; Riccati, 1790) o alcuni cenni empirici di dimensionamento (Diderot-D’Alembert, 1751; Algarotti, 1755-1763; Arnaldi, 1762). Ed occorre riprendere i manuali di fine ‘700 e dell’800 per avere indicazioni costruttive sulla carpenteria lignea, comunque, non riferita alla tipologia teatrale ma all’elemento in sé.I teatri storici delle Marche, con i loro tesori visibili e nascosti, diffusi in maniera piuttosto omogenea sull’intero territorio regionale, rappresentano un patrimonio culturale e architettonico unico nel panorama nazionale. E tratteggiano un forte segno del tessuto urbano che ha caratterizzato ogni centro storico marchigiano di rilievo, dal Montefeltro al Piceno, tra la fine del 1700 e lungo tutto il 1800.Articolo a cura di Lamberto Ciarloni (autore della tesi di dottorato “Le Strutture in legno nella tradizione costruttiva delle sale teatrali all’italiana tra il ‘700 e ‘800”, 2005). Testo dell’articolo liberamente estratto da “Costruzioni in legno nei teatri all’italiana del ‘700 e ‘800” di Enrico Quagliarini, 2008.

 Lamberto Ciarloni

Novembre 2012

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