«PARTIAMO DALLA CHIUSURA DELLE FACOLTA’ NATE DA POCO»

Luca Storoni, presidente dell’Ordine degli Architetti di Pesaro-Urbino sulla crisi del settore 

«La crisi che sta colpendo il nostro Paese ha avuto effetti devastanti sulla nostra categoria, per vari fattori». Non usa eufemismi il presidente dell’Ordine degli Architetti di Pesaro-Urbino, Luca Storoni, secondo cui ciò è avvenuto con le dimensioni che conosciamo perché la fase critica, in primo luogo, «ha interessato il settore dell’edilizia, che rappresenta lo sbocco professionale prioritario per la laurea in architettura e poi perché la nostra categoria era già in crisi. Pertanto, per usare una metafora, è come una banale influenza che non ha effetti significativi su un fisico integro mentre può risultare fatale per un fisico debilitato. La professione di architetto era già un fisico stremato».

Il risultato di questo è stato che «oggi c’è una calo evidente delle nuove iscrizioni. Nel caso dell’Ordine che presiedo, a fronte di una media di 20-25 nuove iscrizioni annue, registrate nel ventennio 1990-2010, oggi se ne hanno meno di 10 che, rapportate con le aumentate cancellazioni, fanno registrare un saldo pari allo zero e già in una annualità, abbiamo avuto un saldo negativo. Non voglio certamente dire – continua il presidente – che il calo del numero degli iscritti sia una cosa negativa di per sé, ma è del tutto evidente che, in una situazione di questo genere, i giovani sono gli elementi più vulnerabili».

Per Storoni, poi, «la politica ha chiaramente ignorato le grida di allarme che gli Ordini professionali da anni lanciavano e, anzi, in occasione della riforma delle professioni, in maniera demagogica e politicamente scorretta, è riuscita a far passare il messaggio contrario: “La casta non accetta le riforme”. Noi sostenevamo che quella riforma, la cosiddetta Riforma Bersani, così come era concepita, avrebbe portato all’imbarbarimento dei rapporti cittadino-professionista e anche ente pubblico-professionista con un’evidente ricaduta negativa sulla sostenibilità della professione. E così è stato. Ora, non solo i giovani sono in difficoltà, ma tutta la categoria».

Non solo. La liberalizzazione delle tariffe, rincara la dose Storoni, «almeno per come è stata concepita, è stata una scelta scellerata. Le lenzuolate di bersaniana memoria sono state un’evidente scelta sbagliata, perché non è pensabile che una categoria non abbia un minimo di tutela e, quindi, nello stesso momento in cui anche l’ultima delle badanti ha un minimo garantito, gli architetti italiani “sono costretti” a redigere degli Attestati di Prestazione Energetica per 50 euro o un Piano di sicurezza o un calcolo strutturale per 300. Non a caso gli architetti sono oggi fra le categorie con reddito più basso».

A risentirne, per il massimo rappresentante dell’Ordine di Pesaro-Urbino, «è la qualità delle prestazioni che con queste cifre non può essere garantita. Ed è talmente evidente che una situazione del genere non è più sostenibile che ora, anche la tanto celebrata Autorità di Vigilanza sui Lavori Pubblici presieduta da Raffaele Cantone, ha recentemente emanato una determina che invita le stazioni appaltanti a evitare i bandi con la procedura del “massimo ribasso”».

Ma c’è una via d’uscita? Quali provvedimenti possono essere messi in campo per tutelare la professionalità degli architetti e garantire la qualità del loro lavoro? «In una situazione drammatica come questa – afferma Storoni – non è certamente semplice avere una ricetta sicura per il rilancio della professione, anche perché gli errori commessi, dal codice dei contratti, passando per la riforma dell’università e arrivando alla riforma delle professioni, costituiscono un macigno difficile da rimuovere nell’immediato. Soprattutto, bisognerebbe agire in maniera strategica e decisa, quindi, senza peli sulla lingua, dico che comincerei con il chiudere buona parte di quelle facoltà nate negli ultimi anni».

Non gira intorno al problema Storoni, ma lo prende di petto, dunque. «Già le dodici storiche sedi – Roma, Milano, Venezia, Firenze, etc. – sfornavano un numero talmente alto di laureati che l’Italia, da sempre, è stata detentrice del primato europeo per numero di architetti. Se a tale primato si associa il fatto che nel nostro Paese lo stesso lavoro lo possono svolgere, di fatto, anche altri professionisti – ingegneri e geometri -, si può ben capire che non c’è e non c’è mai stato spazio per tutti. La chiusura di queste facoltà, associata a una legge chiara sulle competenze, è quindi il primo passo da fare per non continuare a illudere i nostri giovani».

Il presidente dell’Ordine, inoltre, evidenzia un altro passo da fare: «Creare degli incentivi affinché gli studi possano crescere strutturalmente per riuscire a conquistare i mercati esteri. Oggi, gli studi di architettura italiani sono caratterizzati da una media di 1.4, la più bassa d’Europa. Con queste dimensioni è assolutamente impensabile avere commesse o vincere concorsi nelle economie emergenti. E, infatti, la maggior parte dei nostri studi ha un raggio d’azione locale che in genere non supera i confini provinciali».

Che cosa può fare nella situazione appena delineata l’Ordine? «Gli Ordini così come sono strutturati non sono certamente in grado di tutelare la professionalità degli iscritti. Va peraltro ricordato che nascono come organo di tutela per il cittadino e non per il professionista. Sono quel soggetto – Ente Pubblico non economico – a cui lo Stato ha attribuito una funzione di vigilanza affinché chi ne fa parte sia moralmente e tecnicamente all’altezza, costituiscono pertanto una garanzia per la collettività. Anche se i presupposti che portarono alla nascita degli Ordini sono, ormai, in parte superati, le tutele che dobbiamo garantire rimangono. Per tale motivo, fra tutte le novità introdotte dalla “Riforma delle professioni”, quella della formazione permanente noi l’abbiamo accettata di buon grado, anche perché, sostanzialmente, già la mettevamo in pratica. Con grande senso di responsabilità cerchiamo di fare della formazione a costo quasi nullo per i nostri iscritti, evitando, quando possibile, il ricorso a soggetti esterni che inevitabilmente fanno lievitare i costi e impegnandoci in prima persona nella definizione dei programmi e nella scelta dei relatori».

Funziona sempre? «Nella moltitudine degli eventi offerti è possibile che possano esserci delle proposte non proprio di rilievo, però stiamo cercando di migliorare sempre più la qualità dell’offerta formativa, proprio per far sì che la partecipazione agli eventi, per gli iscritti, non sia percepita come una semplice “perdita di tempo” ma risulti, invece, un utile strumento di crescita professionale».

Rosalinda Cappello

31 agosto 2015

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