NELL’ATELIER DEL VINTAGE, DOVE IL RIUSO E’ ORIGINALE

Tra gli oggetti recuperati dell’Officina dei sogni

Alessandra Pignocchi (nella foto) è una quarantenne, con una laurea in Lettere moderne e una tesi in Storia dell’arte contemporanea. Per dieci anni, lavora nell’ufficio acquisti di una società armatoriale, con un «full time classico», che piano piano comincia ad andarle «stretto, anzi strettissimo». Un giorno, la sua curiosità – che da piccola la portava a frugare in casa dei nonni tra cassetti e fotografie – e la sua passione per l’arredamento e per la manualità, che nel tempo si è concretizzata in varie forme, smettono di rimanere confinate nei ritagli lasciati liberi da quel lavoro, che la sta portando da tutt’altra parte, e prende piede, fino a diventare la sua nuova occupazione, all’interno del piccolissimo atelier di oggettistica e mobilio vintage, L’Officina dei sogni, che ha creato a Fano.

«Il progetto iniziale – racconta – partito circa tre anni fa, dopo aver frequentato un corso per wedding planner, era quello di avviare nella mia città un’iniziativa di quel tipo, ma con un’impronta retrò, con molta ricerca e molti aspetti artigianali. Purtroppo, in provincia, dove si tende a non voler mai deviare da un percorso standardizzato, l’iniziativa non è decollata e quel progetto si è trasformato in questo piccolo atelier, che però mi corrisponde anche di più».

Ricerca e recupero sono i punti cardine della sua attività, l’anima della sua creatura. Il negozio, che espone  complementi d’arredo, oggettistica, tessuti e bigiotteria d’epoca, è «un piccolo concept. Tutte le cose sono legate da un filo conduttore: il mio stile e il mio gusto per l’insolito. Lavoro molto sul pezzo unico, sia in ciò che cerco, sia in quello che realizzo, da sola o facendomi aiutare da qualcuno a concretizzare l’idea, quando non ho le competenze adatte, come nel caso dei bijoux».

Nell’atelier si trovano oggetti d’epoca, tessuti che porta dai suoi viaggi e altri articoli che nati per un uso vengono recuperati e trasformati in qualcos’altro, grazie a un efficace mix di manualità e creatività. Come nel caso di pezzi di arredamento e oggettistica: «Da un vecchio baule ho tirato fuori un pannello da ingresso, con vecchie forme per scarpe da calzolaio ho realizzato degli attaccapanni. Con l’aiuto dell’orafo ho trasformato gemelli, porta biglietti da teatro dell’Ottocento, bottoni e tutto ciò che mi ispira in orecchini, anelli, collier e ciondoli. Mi piace guardare oltre, lo faccio con le persone e anche con le cose. Non mi limito a guardare l’oggetto per quello che è, ma cerco di immaginare anche ciò che potrebbe essere, al di là della sua funzione originaria. A volte basta cambiare punto di vista», afferma Alessandra.

«Grazie a un restyling, vecchi oggetti o mobili della casa della nonna, che sembrano superati, brutti, polverosi e smorti, invece di essere buttati via possono essere recuperati, anche soltanto grazie a un colore diverso, o aggiungendo o togliendo un pezzo, riutilizzandolo in una nuova veste». È una predisposizione, quella di far rivivere gli oggetti, in controtendenza rispetto all’usa e getta di oggetti e mobili acquistati a poco prezzo, tutti uguali e destinati a breve vita, subito sostituiti quando ci si stanca. «Questa serialità mi soffoca, uccide la creatività. Basterebbe poco per creare qualcosa che ci corrisponda, dove ci si possa sentire bene».

Nell’Officina dei sogni si trova ciò che non c’è nelle riviste di arredamento, dove hanno spazio gli oggetti e gli stili di moda. «Tutto ciò che ho già visto non m’interessa», dice. A guidare Alessandra nella sua ricerca «è la pancia. Quando vedo qualcosa che ha patina, consistenza, rimango colpita, non mi piacciono le cose di lusso e non ne vado in cerca. Adesso mi interessano i pezzi di stile industriale, non troppo però, perché amo mescolare. Mi piacciono molto le sedie da cinema, ne ho diversi tipi. Quelle più belle in assoluto sono da teatro, una fila da cinque nere, anni Trenta. Poi le poltroncine primi anni Ottanta, ma anche anni Settanta, e quelle dei primi Novecento. Mi affascinano per l’uso che se ne può fare. Una sedia di queste è un pezzo che arreda, la metti in uno studio, in casa, e ti riempie lo spazio».

Alessandra per il suo atelier va nei mercatini e nelle case dei privati, in Italia e all’estero, alla ricerca di oggetti e di mobilio appartenenti a un lasso di tempo che va dalla fine del Settecento agli anni Ottanta del Novecento, «anche se il periodo liberty-déco  è quello che mi interessa di più in questo momento. Anche i tessuti mi affascinano, ne ho portati tanti dai viaggi, cerco solo quelli naturali come cotone e lino, fatti al telaio, i “truscelli”, con cui facevano le lenzuola e le tende – rotoli lunghi circa otto metri – li utilizzo moltissimo. Un tessuto che apprezzo molto è l’intima dei materassi, quella a righe ecrù-marrone o ecrù-blu, che utilizzo per rivestire le poltrone o per i grembiuli da cucina o da giardinaggio.  Sono tessuti che si trovano in cantina a coprire le cose vecchie ma che lavati, smacchiati e recuperati sono belli e di ottima fibra. Anche se sono strappati, io li rammendo in maniera sommaria, proprio perché si veda il rammendo. Non amo riportare le cose vecchie o antiche al loro splendore iniziale, non devono essere perfette, il bello è proprio nel loro essere stati vissuti».

La patina del tempo è ciò che caratterizza i vecchi oggetti e conferisce loro quel fascino che spinge ad acquistarli. «Proprio come quando invecchiando il nostro corpo si trasforma e si riempie di rughe, ma noi ci arricchiamo con l’esperienze, con il vissuto, con le relazioni che abbiamo, lo stesso è per le cose, soprattutto se sono state usate. Un oggetto che è rimasto chiuso in un cassetto non avrebbe un’anima, una storia da raccontare. Quando metti in casa un pezzo usato, invece, prendi non soltanto l’estetica ma anche le energie».

E Alessandra, catturata dall’anima degli oggetti, negli anni ne ha accumulate di cose, finché un giorno ha pensato che fosse arrivato il momento di cominciare a distaccarsene, tenendone con sé soltanto alcuni. Così, anche nella sua casa grande dove lei – amante della cucina – organizza e ospita su prenotazione aperitivi, cene e vernissage, sembra di stare in un altro atelier dove chi va può trovare divani, lampadari, poltrone, mobili, vetrine e oggettistica, che può acquistare scegliendo tra quelli in vendita. «In fondo queste cose sono come i figli, a un certo punto devi lasciarli andare. E, comunque, gli oggetti hanno un ciclo che finisce con la persona a cui sono appartenuti e inizia con quella che li sceglie perché rispondono a un suo bisogno emotivo di quel momento. Mi piace l’idea di un oggetto che passa da una persona a un’altra, da una vita all’altra».

ROSALINDA CAPPELLO

10 agosto 2015

Write the message

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>