MONUMENTI E IDEOLOGIE

Il professor Gian Piero Piretto ci spiega il rapporto tra il potere e la sua rappresentazione estetica nella storia

Memorie di pietra. I monumenti delle dittature è il suggestivo titolo di un volume che sta per arrivare in libreria per i tipi di Raffaello Cortina Editore. Il libro affronta il complesso rapporto tra monumenti e totalitarismi di ieri e di oggi. Lo fa indagando contesti geopolitici tra loro lontani nello spazio e nel tempo e raccogliendo gli interventi di studiosi di diversa formazione che sanno accompagnare il lettore tra le continuità e le differenze della “monumentalità” nel cosiddetto secolo delle masse. Abbiamo raggiunto il curatore dell’opera, il professor Gian Piero Piretto, docente di Cultura visuale e di Cultura russa presso l’Università degli Studi di Milano per saperne qualcosa di più…

Professor Piretto, nei primi due saggi di Memorie di pietra  si ricorda l’idea di Robert Musil per cui «la cosa più strana dei monumenti è che non si notano affatto». Nulla,  secondo lo scrittore austriaco, è più invisibile. Pertanto, se lo scopo del monumento è quello di tramandare un ricordo, testimoniare un fatto o un valore, esso è destinato a fallire, sempre. Lei che ne pensa? La battaglia contro l’oblio è persa in partenza?

Non credo affatto che la battaglia con l’oblio sia persa, penso piuttosto che debba essere combattuta con nuove armi. Sono convinto che sia necessario cercare e trovare forme di collegamento innovative tra la rappresentazione del passato e la sua consegna al ricordo. Modalità classiche resistono nel tempo come citazioni di momenti trascorsi e fatti avvenuti, non soltanto storici ma anche estetici e artistici. La relazione che si può stabilire con queste realtà va dallo sguardo distratto e annoiato alla riqualificazione sotto più recenti prospettive. Il modo di guardare e ricordare è ovviamente cambiato, in particolare nelle giovani generazioni, e si è adeguato a attuali regimi scopici, a moderni mezzi di comunicazione, a inusitate forme o volontà di memoria. Ma soprattutto è cambiato il concetto temporale di passato prossimo o remoto, l’intenzione o l’obbligo a ricordare o dimenticare. Sistemi e regimi, non necessariamente dittatoriali, cancellano attivamente resti di memoria per affermare il nuovo e il diverso da quanto è stato. Mi riferisco a casi emblematici della Mosca post-sovietica o della Berlino post-muro. Da un lato si abbattono edifici rappresentativi del socialismo, dall’altro si ricostruiscono strutture, che a loro volta erano state vittime dell’iconoclastia comunista, in copia conforme all’originale. Considero questi atti superficiali e indiscriminati, tentativi grossolani di affrancare decenni di storia, senza affrontarne criticamente e scientificamente colpe, difetti o meriti. Questi gesti eclatanti possono portare a una vittoria dell’oblio o, ancora più pericoloso, a una scelta azzardata di cosa possa e debba essere ricordato, e quando e come e da chi. L’attenzione alla lettura della memorialistica monumentale, anche nella sua declinazione meno magniloquente e più quotidiana, potrebbe confermarsi una preziosa arma contro questi rischi.

Mussolini  diceva che il ‘900 sarebbe stato il “secolo delle masse”. Difficile dargli torto, almeno su questo. Secondo lei, che rapporto si innesca tra monumento e massa, in particolare in un paese schiacciato da un qualche totalitarismo?

A questo proposito è necessaria una differenziazione tra le molte modalità di rapporto tra massa e monumentalità che diverse forme di totalitarismo hanno innescato. Proprio per questo nel volume si è voluto dare spazio a realtà lontane tra loro che incarnassero quante più possibili occasioni di rappresentare il potere attraverso la propaganda monumentale. Un tratto comune a tutti sta sicuramente nella volontà di celebrare  il regime rappresentandone le realizzazioni e l’ideologia in forme e dimensioni superiori a quelle umane, metafora di onnipotenza e maestosità. Lo stalinismo investiva anche nel potere annichilente di certe costruzioni, contando sull’effetto di schiacciamento che queste potevano esercitare su chi non aderisse al discorso politico e premiando invece chi ci si adeguasse in toto con un posto speciale all’interno di quella magniloquenza. L’immensamente grande del nazismo (Elena Pirazzoli) era metafora del titanico, dimensione adatta e indispensabile per il nuovo culto innescato dal Terzo Reich, e trovava riscontro e sviluppo anche nelle categorie temporali dell’eterno, almeno prima che le teorie delle rovine romantiche di Albert Speer prendesse piede. Nella RDT (Luca Zenobi) il memoriale doveva, invece, creare un dialogo tra il partito e il pubblico, mitigando distanze e disagio causato dalla monumentalità e favorendo il contatto. Esempio calzante fu il Palast der Republik, in cui spazi istituzionali per i funzionari e settori ludico-conviviali per il pubblico coesistevano armonicamente. Il regime nord coreano (Francesco Vietti) sfrutta una tecnica della monumentalità ancora più sofisticata, quella del mosaico umano per narrare figurativamente situazioni e inneggiare al leader: migliaia di tessere, nella fattispecie cittadini, che trovano una loro ragione di esistere solo nel momento collettivo in cui raggiungono dimensione monumentale e compongono l’icona desiderata dal potere. Atroce e raffinato allo stesso tempo.

Professore, che cosa si intende per “antimonumento”? E come cambia il rapporto tra “visibilità” e “invisibilità” dell’opera in questo caso specifico?

La concezione di antimonumento è stata formulata ed è oggetto di analisi da alcuni anni da parte di studiosi internazionali (Andrea Pinotti). Si tratta di opere commemorative intese non in forma convenzionale, monumentale e enfatica, ma piuttosto volutamente sottratte alla vista dei più, che richiedano da parte del fruitore di essere scoperte, prima ancora che consumate o interpretate. Possono comprendere categorie quali l’effimero, l’astrazione, le dimensioni ridotte al minimo. Cito ad esempio le “pietre d’inciampo”, cubetti di bronzo che in parecchie città europee si sostituiscono sui marciapiedi a quelli di porfido e “commemorano” gli ebrei residenti in quella certa casa e deportati nei vari campi di concentramento. Soltanto “inciampandosi” in uno di loro sarà possibile riconoscerli come testo culturale, anti-monumento nella fattispecie, e soffermarsi a prenderne in considerazione la portata e il segnale. Si tende quindi con il counter monument a rendere più complessa e sottile la relazione tra passante-fruitore e opere commemorative. Il rischio, apparentemente, è quello di ridurre la percentuale di attenzione che potrebbe essere loro dedicata, ma se teniamo in considerazione la citazione di Musil a cui si faceva riferimento sopra e il fatto che nella maggior parte dei casi il monumento classicamente inteso tende a essere istintivamente o inconsciamente aggirato e ignorato, in realtà questo tipo di investimento rende assai più profondo e interattivo il rapporto con l’opera e può suggerire una quantità di spunti interpretativi o analitici assai maggiore.

Il suo saggio raccolto in “Memorie di pietra”, è dedicato al celebre memoriale berlinese eretto in memoria dei soldati dell’Armata Rossa caduti per liberare la Germania dal nazismo. E ciò che colpisce è la presenza defilata della figura di Stalin, relegata alla firma delle iscrizioni sui sarcofagi. Ci può spiegare questa discreta e anomala “visibilità” del potere che trionfa?

Il problema chiave del memoriale di Treptow a Berlino consiste proprio nelle complesse modalità di rappresentazione del potere e dell’apparente trionfo dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale. La vittoria fu recepita da Stalin con grande turbamento, sia per l’altissimo numero di vittime che per le atroci condizioni in cui il paese si era venuto a trovare dopo il conflitto. Le paranoie del leader si svilupparono al massimo e la realtà virtuale che propagandava felicità e ottimismo nell’URSS pre-bellica faceva molta fatica a riprendere le sue posizioni. Per non compromettere il già fragile equilibrio all’interno del paese si decise che le celebrazioni per la vittoria in occasione degli anniversari canonici sarebbero state sospese. Non si poteva però rinunciare a un’ immagine internazionale di potenza e affermazione. Berlino divenne il luogo per antonomasia su cui concentrare l’attenzione. In un film di Michail ?iaureli del 1948, La caduta di Berlino, Stalin si sarebbe fatto trasportare dalla narrazione proprio nella capitale tedesca appena conquistata dall’armata rossa per rendere omaggio ai suoi combattenti. A Berlino si stabilì di edificare una serie di cimiteri.-memoriali per le vittime. Quello al Treptower Park è il più ampio e quello a cui si dedicò maggiore cura e attenzione. L’immagine di Stalin è assente, proprio per le ragioni esposte in precedenza e, nella struttura paesaggistico-compositiva dell’insieme, è previsto un ampio settore dedicato al dolore e al rimpianto per i caduti, che precede quello impostato sul trionfo. In patria la situazione non era ancora matura per una realtà del genere e si esportò la responsabilità di una commemorazione così concepita in Germania. Stalin compare soltanto in forma di citazioni, evocato ma non raffigurato: sue frasi sono scolpite sui sarcofaghi celebrativi, ma la sua icona è, per l’epoca, incredibilmente mancante.

Sempre leggendo il suo contributo e quello di Liza Candidi, dedicato invece ai monumenti di Cuba, viene da chiedersi quale possa essere, se c’è, il canone della figura femminile nelle varie monumentalità prese in esame nel libro…

Ritengo che si possa ricondurre la presenza femminile nella statuarietà monumentale prima di tutto all’archetipo della madre. Sia intesa nella versione simbolica di Patria o più genericamente di Paese che in quella più realistica di mater dolorosa che piange i figli caduti. In alternativa, ma raramente in funzione di protagoniste, compaiono mogli o fidanzate, spesso in attesa del ritorno del combattente o al suo fianco come sostegno importante ma costantemente in secondo piano rispetto a lui. Ultima funzione che potrei definire canonica è il ruolo “ornamentale” della figura femminile in figurazioni pittoriche o in performance ginniche o coreografiche. Ancora una volta però, il corpo femminile, in casi di questo genere è seriale e generico, senza alcuna specificità individuale. Il maschilismo, a dispetto della retorica che pare esaltare il contrario, è una caratteristica comune a tutti regimi totalitari.

In paesi e città che hanno subito l’influenza della cultura e della politica sovietica – come, per esempio, Berlino – ancora oggi capita spesso di assistere a un dialogo vivente tra monumenti del passato comunista e simboli dell’attualità capitalista. Così facendo, anche lo statuto dei primi muta? In che modo?

Il discorso a questo punto si sposta sulla performatività dei monumenti. La loro possibilità o capacità di venire risemantizzati o decostruiti, prima ancora che banalmente distrutti o eliminati. Penso al ruolo della statuaria socialista in film come Good bye Lenin o Gorilla bathes at noon, in cui si “gioca” con statue che solo pochi anni prima ispiravano soggezione, timore o rispetto. Penso anche al diverso destino che hanno subito vari simboli di potere totalitario: dalla souvenirizzazione della falce e martello, presente oggi su tshirt, mouse pad e decine di altri gadget, alla demonizzazione della svastica nazista, non a caso ripresa in maniera sempre più preoccupante, non solamente estetica ma profondamente politica, da associazioni nazionalistiche o di estrema destra. La Russia contemporanea rimette in circolazioni, in forma folcloristica o commerciale,  manifesti di propaganda d’epoca staliniana con tanto di effigie del leader, mentre la Germania ha messo legalmente al bando l’immagine di Hitler. Un saggio del volume (Massimo Tria) tratta il caso del monumento al carro armato sovietico “liberatore” a Praga, inviso ovviamente al popolo e poi debitamente e liberatoriamente tinto di rosa ed esibito su una chiatta che navigava la Moldava nel 2011. Un altro articolo (Andrea D’Agostino) affronta la riedizione dell’antichità classica latina operata già da parte del fascismo italiano, in particolare il caso dell’Ara Pacis augustea rivisitata da Mussolini per essere attualizzata nel discorso della romanità. Anche nella Cuba castrista (Liza Candidi) un monumento del 1925 dedicato alla vittime americane dell’esplosione di una nave da guerra statunitense venne modificato nel 1961 in seguito a una rilettura della storia e al cambiamento della visione politica.

Nei paesi dell’ex Patto di Varsavia con che sentimenti ci si rapporta ai monumenti del passato? Si sente parlare, in alcuni casi, di “Ostalgia”, ossia di nostalgia del periodo socialista. In che modo i monumenti di quel periodo contribuiscono a questa “mitologia”?

Il fenomeno dell’Ostalgia è riscontrabile in realtà in una minoranza di paesi dell’ex blocco comunista: Russia, Germania ex orientale e, con modalità ancora diverse, in alcune parti dell’ex Jugoslavia, dove prende il nome di Titostalgija (nostalgia per Tito). Le altre nazioni hanno affrontato con maggiore disinvoltura il passaggio alla nuova realtà e, sentendosi finalmente libere dal pesante gioco colonialista sovietico, non guardano al passato se non con fastidio e irritazione. In Russia sono in particolare gli anziani a rimpiangere l’ “ordine” e la “solidarietà” che regnava ai tempi dei soviet. In Germania l’integrazione tra est e ovest non è ancora stata realizzata in pieno e molti contrasti e rimpianti sussitono negli ex cittadini orientali. In comune questi paese hanno anche il rimpianto di aver fatto parte di una comunità forte, oltre che solidale, e che trovava riscontro in una politica importante che “metteva paura al resto del mondo”, mentre ora questa potenza è andata perduta. Alcuni luoghi emblematici, compresi i monumenti totalitari, restano oggetto di pellegrinaggio nelle date fatidiche del calendario socialista. Anche se, con l’alternarsi delle generazioni, il pubblico conviene a cimiteri o memoriali in misura sempre minore. Sono sorti, il primo è stato a Budapest, dei parchi in cui si sono raccolti i resti, macerie o rovine viene da chiedersi, di statue di personaggi famosi, prive di basamento, o con parti mancanti o fratturate. In molti casi queste sono oggetto di irrisione: i turisti si fanno fotografare a cavalcioni di Stalin o di Marx. Eccezione costituisce, forse, il mausoleo di Lenin sulla piazza Rossa moscovita. Nessuno ancora ha avuto il coraggio si smantellarlo e di dare eventuale sepoltura al cadavere. Sparuti gruppi di sedicenti comunisti gli rendono ancora onore e omaggio nelle poche ore di apertura del sepolcro. Da citare sono anche gli usi alternativi di luoghi monumentali legati ai regimi passati: dai rave party ai flash mob, sempre più spesso dimostranti o artisti alternativi danno prova di riconoscere a spazi ex sacrali una dignità che ancora merita considerazione, non fosse altro che per essere messa in discussione o violata al fine di attirare o provocare  l’attenzione dell’opinione pubblica.

Un altro tema che ritorna nel volume è quello del rapporto tra potere e morte, e dell’uso che il primo fa della seconda, in molti casi monumentali. Andrea Pinotti, per esempio, nel suo saggio parla addirittura di una “semiotica sepolcrale”. Secondo lei si può arrivare a immaginare persino un rapporto originario tra il sepolcro e il monumento come segno dell’assente – ovvero, di ciò o di chi non c’è più?

Certamente. Attenzione specifica andrebbe dedicata allo studio dei cimiteri e dei monumenti sepolcrali, strutture, concezioni e pratiche di culto legate a monumenti funebri e commemorativi. In questo volume si prende in esplicita considerazione il caso jugoslavo (Eric Gobetti) della sovrabbondanza di lapidi celebrative dedicate ai partigiani caduti, accostati a cimiteri monumentali e a parchi della rimembranza. Nel caso del memoriale sovietico a Berlino la presenza delle tombe è scarsamente segnalata. Ci si rifà piuttosto a un dolore assoluto e generale, senza portare l’attenzione o lo sguardo alle migliaia di soldati sepolti in una immensa fossa comune al centro del territorio. Particolarmente eloquente è il caso dei sacrari del fascismo italiano (Stefano Taiss). La grandiosità si combinava in quei luoghi con il loro “splendido isolamento” e con la dimensione del silenzio assoluto a cui faceva da riscontro l’evocazione delle grida “presente” scolpite nel marmo a immortalare il rito dell’appello dei caduti.

Un’ultima domanda sull’attualità: anche il potere dell’economia globalizzata ha i suoi monumenti? Se sì, quali caratteri le sembrano contraddistinguerli?

Georg Ritzer, alcuni anni fa, le ha battezzate le “cattedrali del consumo”. Credo che, se dovessi scegliere un argomento a cui dedicare un prossimo studio comparato, opterei per i centri commerciali, indagando in particolare la storia delle pratiche che si sono attuate negli shopping center di tutto il mondo in rapporto alle soluzioni architettoniche e agli esiti sociali a essi legati. Dai grandi magazzini universali scarsamente approvvigionati di sovietica memoria ai primi orgasmi consumistici nella Mosca degli anni Novanta. Dal decadimento attuale dell’Europa Center berlinese, simbolo di opulenza e consumismo nella West Berlin dei tempi del muro, all’inebriante e addirittura conturbante dovizia di Delikatessen del reparto gastronomia nel KDW di oggi. Dalle frequentazioni domenicali per famiglie nei centri commerciali italiani, in alcuni dei quali si celebra addirittura la messa, alla realtà commerciali consumistiche etniche nelle metropoli europee o americane. Attraverso nuove indagini relative al vecchio e mai superato feticcio merce si potrebbe arrivare a considerazioni antropologiche di notevole originalità e utilità, collegando pratiche comportamentali, merceologia, tradizioni alimentari, economia, sociologia e architettura.

Paolo Beretta
15 maggio 2014

Write the message

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>