MA CON ARIED, LA SCUOLA CONTINUA A SPERIMENTARE

La sfida dell’associazione degli insegnanti per una didattica innovativa

Qualche giorno fa, Stefano Moriggi ha raccontato – in un articolo pubblicato su Wired – la vicenda di un gruppo illuminato di insegnanti che da circa quarant’anni porta avanti progetti di ricerca didattica, confluiti nell’indirizzo di Scienze Umane e Sociali dell’Istituto Cobianchi di Verbania, creando una rete di docenti che lavorano sul territorio, a livello locale e nazionale, e interessati ad attuare metodi sperimentali. Con l’avvio del nuovo anno scolastico, nel settembre del 2014, quel liceo è stato soppresso a causa di contingenze burocratiche di “dimensionamento” che, forse con scarsa lungimiranza, hanno finito per penalizzare questa lunga esperienza, disperdendone i protagonisti: un manipolo di saggi educatori che, in maniera futuristica, dagli anni Settanta si dedica a una didattica innovativa, sperimentale, a partire da riflessioni sistematiche sui metodi e sulle pratiche di insegnamento e di apprendimento e sul ruolo degli studenti, in un susseguirsi di sperimentazioni che agli esordi del Duemila incontrano la tecnologia.

Come ci ha raccontato Barbara Pesce (nella foto a destra), una dei protagonisti di questa storia, «circa quindici anni fa, il nostro gruppo, che si ispirava alle indicazioni degli psicologi e degli psicoterapeuti del Minotauro di Charmet sugli adolescenti, cominciò ad avviare ricerche in proprio, come quella sulla dieta mediale, condotta sui nostri millecinquecento studenti in collaborazione con Paolo Ferri dell’Università Bicocca, relativa all’utilizzo delle tecnologie, per analizzare quando e come questi ragazzi le utilizzano. Nel 2002 – continua la professoressa – abbiamo progettato con gli studenti un sito per adolescenti, quando gli adolescenti ancora usavano i siti. Poi, quando hanno cominciato a stare su facebook, siamo andati anche noi sul social network e, forti di queste esperienze, abbiamo organizzato anche un convegno nazionale su questi temi, destinato alla rete dei licei di Scienze Umane».

Nel 2012, proseguendo la sperimentazione, parte il progetto Cobipad, rivolto agli studenti delle terze classi del Liceo di Scienze Umane e Sociali del Cobianchi. «Il progetto – racconta Pesce – integra le modalità di apprendimento informale con quelle formali, perché utilizziamo strumenti che fanno da ponte tra modalità di apprendimento diverse, e sviluppa le abilità di ricerca dello studente, rendendolo particolarmente attivo nell’apprendimento e facendolo lavorare molto in classe, sviluppando competenze di ricerca, oltre a quelle disciplinari». Il progetto, che ha coinvolto «due classi, del Liceo Linguistico e del Liceo delle Scienze Umane, è stato finanziato autonomamente, ricorrendo all’appoggio del territorio, tramite fondazioni che hanno sostenuto l’acquisto di tablet per gli insegnanti e tutta l’attrezzatura che è servita per equipaggiare due aule con Mac, lector views, stampanti, etc. Due consigli di classe hanno cominciato a lavorare in questo modo con il metodo della didattica rovesciata che ben si accorda con le nuove tecnologie. La sperimentazione, che è stata seguita da Paolo Ferri con l’Università Bicocca, attraverso focus e monitoraggi, ci è servita per capire anche che cosa gli insegnanti vorrebbero dalle case editrici come testi d’appoggio per una flipped class. L’impostazione del nostro progetto è stata un po’ più radicale rispetto a quella di altri che utilizzano i tablet, perché i nostri studenti hanno usato soltanto quello al posto del tradizionale manuale scolastico».

Tutti, genitori, studenti e insegnanti coinvolti, ci hanno creduto e lo hanno sostenuto: «Gli insegnanti, docenti di notevole esperienza e molto preparati nelle loro discipline – perché occorre essere molto competenti per smontare e ricostruire un percorso didattico – la motivazione e l’impegno sono stati al massimo. Forte convinzione anche tra le famiglie. Sono state loro a scegliere di seguire il percorso sperimentale e sono state formate, assieme ai loro ragazzi, per prepararsi ad accogliere la novità introdotta dall’utilizzo delle tecnologie, a partire dai rischi relativi alla sicurezza. Anche economicamente, inoltre, il progetto ha rappresentato un vantaggio, perché comprare un Ipad costa meno dell’acquisto dei libri di testo per il triennio». Agli studenti, infine, la sperimentazione ha permesso di acquisire abilità nuove, utili anche nel mondo del lavoro, abituandoli a produrre materiali e a fare ricerca.

Un’niziativa efficace e molto promettente, dunque, ma ecco che arriva la doccia fredda: la chiusura dell’indirizzo di Scienze Sociali. «Il problema – spiega la professoressa – è sopraggiunto quando per logiche di dimensionamento scolastico sul territorio la nostra scuola, che era molto grande, è stata ritenuta difficile da gestire a causa dell’elevato numero di studenti. Così si è pensato di risolvere il problema chiudendo l’indirizzo al Cobianchi e aprendone uno analogo in un’altra scuola del territorio. I corsi già iniziati finiranno regolarmente al quinto, ma non sono state avviate le prime. Molti insegnanti, pensando alle prospettive per i prossimi anni, hanno dovuto optare per altre scuole, perché ci si sarebbe trovati con problemi di cattedre. Io stessa ho dovuto chiedere il trasferimento, tuttavia, pur dall’esterno, essendo la coordinatrice, con Ferri continuo a seguire il Cobipad».
Un mossa, la chiusura del liceo, che rivela tutta l’ottusità di cui spesso è capace la burocrazia. «L’anno scorso – dopo aver maturato un’esperienza biennale che ci ha permesso di renderci conto degli aggiustamenti che potevano essere apportati al progetto –  che avremmo dovuto decidere come procedere, in che forma riproporlo per le nuove terze e se estenderlo anche alle prime classi, siamo stati travolti dalla notizia della chiusura. Per mesi, invano, siamo stati impegnati nella ricerca di soluzioni alternative e, quindi, alla fine nessuno ha avuto la possibilità di proporre qualcosa di nuovo».

Tutte queste vicissitudini hanno disperso il gruppo di lavoro originario, ma per impedire che quarant’anni di impegno nella sperimentazione didattica si dissolva e che il patrimonio di esperienze ed energie venga sprecato e annullato, «abbiamo pensato di riunirci in un’associazione, Aried (Associazione per la Ricerca Educativa e Didattica), in modo tale che, indipendentemente dalla scuola in cui ci troviamo a operare, possiamo continuare le nostre ricerche, proseguendo anche nella formazione dei docenti sul territorio, attraverso seminari e convegni».

L’auspicio è che gli insegnanti «che hanno lavorato alla sperimentazione e hanno ricevuto una formazione specifica che li ha preparati a lavorare con le tecnologie», anche se sono sparsi, riescano a mettere a frutto le loro competenze e la loro predisposizione alla sperimentazione anche nei nuovi istituti in cui sono andati o andranno a lavorare.  «Credo che la prospettiva della scuola ormai sia questa», conclude Barbara Pesce.

Rosalinda Cappello

30 aprile 2015

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