LUCCHIN: «GLI ARCHITETTI SONO GLI SCENOGRAFI DI DIO»

La parola al capo-progetto della ristrutturazione della scuola Hannah Arendt di Bolzano

Tutti pensiamo che la scuola dovrebbe essere un luogo bello e ospitale, in grado di accogliere, non ingabbiare, bambini e ragazzi durante il lungo viaggio della loro formazione. Da anni architetti innovatori si battono affinché l’elemento sicurezza sia parte naturalmente integrante di una struttura anche bella. Il progetto di ampliamento della scuola superiore per le professioni sociali Hannah Arendt  di Bolzano, eseguito dallo studio Cleaa Claudio Lucchin & architetti associati, tra i vincitori del concorso indetto dal Miur e dal Mibac in collaborazione con l’Inarc, ha portato alla luce le inaspettate potenzialità dell’architettura sotterranea, sfidando i limiti della cultura della sostenibilità tradizionalmente intesa e della progettazione contemporanea nei centri storici.

Architetto Lucchin, ci racconta il vostro progetto e i suoi punti di forza?
Un punto di forza è stata la Provincia autonoma. In Italia, infatti, non è consentito realizzare un progetto interrato con aule normali. L’autonomia  legislativa dell’amministrazione ha fatto sì che si potesse modificare la legge provinciale sull’edilizia scolastica, permettendoci di costruire sottoterra questa scuola. E, visto l’interesse suscitato a livello internazionale, ci siamo accorti che la nostra scuola ipogea è la prima del genere nel mondo, mentre prima credevamo che fosse soltanto la prima in Italia. Sicuramente esistono scuole con un piano interrato, ma tre piani con 9 aule, 6 laboratori, un giardino d’inverno, oltre ai locali tecnici scavati a 17 metri sotto il livello della terra sono un’altra cosa. Abbiamo dovuto affrontare problemi  di illuminazione, idrometrici, psicologici – la claustrofobia -, di accoglienza negli spazi condivisi, di temperatura corretta, di ricambio d’aria, di rapporto con le pareti.  Le difficoltà oggettive da risolvere non sono state poche.

Come vi è venuta l’idea di mettervi in gioco con un lavoro così ambizioso e come avete vinto la burocrazia?
Quello della burocrazia è un problema generale,  un pesante dato di fatto. Ma il problema vero è che in Italia non ci sono buone idee, si è smesso di pensare. La nostra sfida era quella di dover ampliare una scuola esistente e la scuola si trovava in un vecchio convento di frati Cappuccini in pieno centro storico, monumento posto sotto tutela dei Beni Ambientali. Il sovrintendente dell’epoca, dopo aver esaminato le nostre proposte, ha fatto sapere che pur comprendendo le necessità di ampliamento della scuola, non poteva consentire la sparizione del vecchio convento: “O cambiate posto o la fate sottoterra”, disse. Ai più questa poteva suonare come un invito a mollare, ma lo studio Cleaa ha raccolto la provocazione. Abbiamo avuto la grande fortuna di avere il sostegno da più parti, dalla committenza alla parte tecnica. Il nostro dirigente scolastico ha rischiato molto perché il sovrintendente non era d’accordo: se il progetto fosse venuto male ci avrebbe rimesso in prima persona.

Come avete affrontato i nodi delle normative? Quanto influiscono sull’efficienza di chi lavora?
Nei convegni, all’università e nelle scuole, contesto sempre che il ministero e i tecnici guardino solo al problema della manutenzione,  dell’antisismicità, della coibentazione. Uno Stato di questo non dovrebbe neanche parlare, si dovrebbe dare per scontata l’esistenza di un ufficio manutenzione ad hoc. Il tema vero di cui invece si parla troppo poco è la tipologia edilizia e le nuove tecniche di insegnamento. Oggi gli spazi vanno interpretati in modo diverso, l’aula tradizionale non esiste più in quasi nessuna parte del mondo. Noi siamo ancorati all’Ottocento. Ci devono essere i momenti didattici ex cathedra, ma anche momenti di  studio individuale o a piccoli gruppi. Non tutto il percorso didattico va fatto dentro l’aula. Il problema è culturale: mandiamo i figli, fascia più debole della popolazione, a vivere in ambienti che non favoriscono neanche la creatività. In un ambiente sciatto ci si spegne. Gli architetti sono gli scenografi di Dio: il loro compito è creare ambiente giusto per chi ne fruisce. Se l’ambiente è sbagliato, diventano sbagliate anche le persone. Non potendo vivere sempre nella perfezione della natura che Dio ci regalato, dobbiamo costruirci un mondo parallelo nel quale ci sentiamo bene. Come  influisce su di noi l’ambiente naturale, così è con l’ambiente costruito. L’architettura serve a questo, questa è la missione prima di chi fa il mio mestiere.

Il vostro progetto è decisamente fuori da qualsiasi schema tradizionale di edilizia scolastica. Possiamo dire che ha preso vita perché la vostra è un’amministrazione “illuminata”?
La nostra amministrazione provinciale ha permesso alla nostra piccolissima regione di partecipare a tantissimi concorsi di architettura in Italia, molti di più che in molte altre regioni più importanti, tipo la Lombardia. La nostra è una delle regioni più avanzate in fatto di architettura moderna e contemporanea. Niente archistar alla romana, ma si cerca di favorire le generazioni locali. Ha fatto crescere tre generazioni di architetti: quella  prima di me, la mia e quella dopo di me. In Alto Adige abbiamo una ventina di bravi architetti nella regione e si fanno lavorare loro, anche se non “famosi”. Il nostro territorio è un punto di riferimento mitteleuropeo per la grande esperienza di architettura contemporanea.

Quanta libertà di azione vi viene lasciata quando lavorate per un committente pubblico?
A me è capitato di avere avuto sempre la  fiducia delle amministrazioni, anche quando ho lavorato fuori (Torino, Olimpiadi invernali, ndr). Quello che non danno sono i soldi, quelli no. Li danno alle archistar.

Le difficoltà sono più legate ai costi o alla paura di innovare?
C’è la brutta abitudine di pensare che spendendo poco si risparmi. Non è così: se si spende poco all’inizio, poi si spende di più… Mio nonno, che era un contadino, diceva sempre che bisognava spendere tanto per le scarpe, perché altrimenti poi si spendeva due volte: per ripararle e per curare i piedi. Io misuro una società da come tratta bambini e anziani: quando vado in qualche posto guardo sempre com’è il comparto scolastico e come sono i cimiteri. Oggi i comuni chiamano archistar per realizzare grandi impianti, ma spendono zero per propri figli. Ragazzi inadeguati  diventeranno adulti inadeguati. Il giorno della premiazione abbiamo visto pochissimi progetti innovativi. Tante materne, perché progettare materne è facile, ci sono meno vincoli, ma la materna non è una scuola vera. Le scuole vere e proprie, mediamente, non erano grandi progetti avanzati, ma porgetti mediocri sia per architettura che per didattica. Inoltre, in Italia non abbiamo capito come lavorare in team: non tanto fra tecnic, che è basilare, ma anche con l’esperto pedagogico, con la committenza,  con il dirigente scolastico. Solo così si può avere il prodotto migliore possibile. Tutti sono fissati che l’architetto debba essere deus ex machina di tutto. Ma non è così. Ci vogliono una committenza  e un’amministrazione forti, che non vuol dire illuminate, ma con le idee chiare. Tutti si devono mettere in gioco dagli insegnanti, all’architetto all’ingegnere. Vanno frullate  le idee di tutti, solo allora si avranno grandi progetti. Il proprio ego fa nascere progetti mediocri.

JACQUELINE RASTRELLI

15 dicembre 2014

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