L’ARCHITETTURA DEL PAESAGGIO CHE CAMBIA: GLI ORTI MARINI

Da Noli Ligure, il primo esempio al mondo di agricoltura sottomarina

Non abbiamo fatto in tempo a lasciarci alle spalle la novità di tendenza dello scorso anno, ovvero gli “orti urbani” (piccoli appezzamenti di terreno, per l’agricoltura domestica cittadina, messi a disposizione dai Comuni), che già ci tocca fare i conti con un’altra interessante innovazione, destinata sicuramente a far parlare di sé nel prossimo futuro: l’“orto subacqueo”.

Inaugurato in via sperimentale a Noli Ligure, è il primo del genere al mondo e rappresenta una nuova frontiera nel campo dell’agricoltura sottomarina visto che, a detta del suo ideatore, l’ingegnere ed esperto subacqueo Sergio Gamberini, le caratteristiche organolettiche del prodotto subacqueo sono equivalenti o addirittura superiori rispetto a quelle del prodotto coltivato in maniera tradizionale. L’ “Orto di Nemo”, questo il nome dato al singolare progetto,  ha “aperto  i fondali”, nel 2013, alla coltivazione di foglioline di basilico e lattuga, ospitate all’interno di due biosfere (piccole serre subacquee) in materiale vinilico semitrasparente (per permettere l’infiltrazione dei raggi solari), ancorate a una profondità compresa tra i sei e gli otto metri con fissaggi simili a grosse viti, le quali hanno evitato il ricorso a materiale estraneo e potenzialmente disperdibile, come i blocchi di calcestruzzo, riducendo, così, anche l’impatto ambientale della struttura, nel complesso di dimensioni ridotte, completamente amovibile e sprovvista di vernici o strumenti capaci di contaminare le acque circostanti. Una condizione climatica stabile sui 25° e il ciclo clorofilliano innescato dai raggi solari (che ha permesso di mantenere livelli accettabili di ossigeno e anidride carbonica) si sono rivelati fattori favorevoli a questo tipo di colture naturalmente biologiche, consentendo ai provetti contadini (senza vanga ma con maschera e bombole di ossigeno) di osservare in tempi brevissimi la crescita dei germogli piantati nel terreno sparso in alcuni contenitori a tenuta stagna (aperti direttamente dentro le biosfere, per evitare la contaminazione con l’acqua salata) che nell’arco di 30 giorni hanno prodotto circa 300 grammi di raccolto.

Il successo ottenuto da questa prima sperimentazione (ripetuta anche la scorsa estate) ha oltrepassato i confini nazionali, suscitando la curiosità di una grossa società saudita che, in virtù della caratteristica presenza di concentrazioni lagunari poco profonde nel territorio mediorientale, si è dimostrata particolarmente interessata a questo tipo di coltivazione perché, si pensa, potrebbe portare cambiamenti significativi nei Paesi costieri in cui l’agricoltura risulta difficilmente praticabile per via della scarsità d’acqua (come, appunto, il medio oriente o l’africa sahariana), dato che la tecnologia impiegata (l’acqua marina nella biosfera vinilica evapora, diventa condensa e si trasforma in acqua dolce) consentirebbe di risparmiare sui costi, di solito elevati, per le operazioni di desalinizzazione necessarie.

«È opportuno muoversi, comunque, con prudenza e cauto ottimismo», osserva l’ingegnere Gamberini, nell’ottica di traguardi futuri consistenti. L’esordio positivo non deve allontanare dalla consapevolezza che tanto studio ancora è necessario per valutare su quali peculiarità di specie si potrebbe puntare e come poter implementare le strutture, restando saldi ai principi di eco-compatibilità e minimo impatto ambientale, con l’unico dato certo che all’acqua per annaffiare ci penserà il nostro “mare”. Quello stesso amato mare che, nelle parole di Giulio Verne (per mezzo del suo celeberrimo “Capitan Nemo”, al quale il nome dell’orto piacevolmente rimanda), è «respiro puro e sano; immenso deserto dove l’uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita accanto a sé.»

DANIELA FERRARA

26 novembre 2014

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