LA CITTÀ DEL FUTURO SECONDO HIDETOSHI OHNO

Fibercity City 2050 un modello per le città occidentali?

Fiber City 2050 è un progetto giapponese che propone una riorganizzazione urbana nella quale l’ambiente diventa preponderante. Dal 2005, il tasso di natalità è in netto declino in Giappone e la popolazione dovrebbe arrivare sotto la soglia dei 100 milioni di abitanti già nel 2050. Basandosi su questa ipotesi di decrescita, l’architetto e urbanista Hidetoshi Ohno (nella foto a fianco) – che nei giorni scorsi ha parlato del suo lavoro nel corso di un convegno al Maxxi di Roma – costruisce un modello urbano dove la natura e gli spazi verdi si riappropriano delle zone che vanno spopolandosi sotto forma di fibra verde tentacolare. Le  quattro strategie di riorganizzazione urbana si concentrano sulla manipolazione di queste fibre che occupano lo spazio vitale: Green finger, Green partiton, Green web, Urban wrinkle.

Green finger consiste nell’abbandonare le zone situate a più di 800 metri dalle stazioni e riconvertirle in zone verdi, pensando che la futura popolazione urbana cercherà di avvicinarsi a queste ultime, centri nevralgici della città e delle sue periferie.

Green partition vuole invece fornire una maggiore protezione contro i disastri naturali (terremoti o incendi) dando aria alle zone residenziali troppo popolate,  creando delle vie verdi (una sorta di muri para fuoco) togliendo alle aree ancora edificabili l’8% della loro superficie. Questi quartieri diventerebbero non solo più sicuri, ma anche più vivibili dal punto di vista ambientale.

Green Web punta a trasformare le strade a scorrimento veloce interne alla città in parchi lineari e in vie di accesso d’urgenza utilizzabili durante una crisi. Questa strategia prende sempre come ipotesi una diminuzione della popolazione e conseguentemente la diminuzione del traffico.

Infine, Urban wrinkle vede il rinnovamento o il miglioramento di alcuni punti di interesse della città per far emergere il loro potenziale e renderli attraenti. Solitamente luoghi dalla struttura lineare come vecchi canali, sponde di un fiume, strade in discesa non sono adeguatamente utilizzati o vengono sprecati per il loro stato o la loro ubicazione. Questi luoghi hanno generalmente valore storico e il piano urbanistico di Ohno tenta di recuperarne il valore.

Il progetto-manifesto dell’architetto nipponico pone la questione ambientale al cuore dei modelli di sviluppo urbano ipotizzabili per una Tokyo del XXI secolo. Infatti, se la pianificazione della capitale negli anni ’60 puntava sullo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti e della mobilità, Fiber City dovrà essere pensata presupponendo una decrescita della popolazione, che avrà conseguenze sull’organizzazione della città.

Per comprendere meglio la concezione di questa città del futuro occorre tener presente che il modello urbanistico di Ohno si fonda su una tipologia di città lineare, che differisce molto dal modello atomico delle città occidentali. La linearità è tipica della cultura orientale ed è un concetto che si ritrova in molti campi, dall’arte grafica alla letteratura. Prendiamo le pergamene sulle quali si scrivono poesie e storie: queste possono continuare all’infinito, perché all’infinito può essere dispiegata la pergamena. Ohno usa lo stesso concetto di linearità per la sua città ideale. Tokyo nel Medioevo era costituita da una strada principale che volgeva verso il Monte Fuji, in un unicum. «Nelle città giapponesi – ha affermato il professore Ohno – il modello europeo di piazza non si è mai sviluppato; al suo posto c’è sempre stata la strada che in Giappone costituisce il luogo dove avvengono scambi tra gli abitanti». Un concetto molto simile esiste in Africa dove, tra un villaggio e l’altro, lunghe file di persone camminano e si scambiano frutta e piccola merce, senza fine.

Il motivo di interesse per questo concetto di “fibra” non sta solo nella sua chiarezza formale, ma anche nella sua ubiquità come forma, che possiamo trovare tanto nelle città antiche che in quelle moderne. Un paragone semplice tra due parchi posti nello stesso settore di città, uno di forma tradizionale, quadrata, l’altro lineare, rivela che la forma “fibrosa” (quasi tentacolare) offre maggiori opportunità d’interazione tra il parco e la gente che vive nei dintorni: il parco entra nelle strade e più case si affacciano sul parco così come più ingressi permettono l’accesso al parco, e più immobili accrescono il loro valore immobiliare perché appunto affacciati sul verde. Questo è solo uno degli esempi che mostrano come la “fibra” diventi uno strumento per rivitalizzare la città con spese minime.

Altro elemento interessante è la creazione, grazie alle nuove tecnologie, di reti di sottosistemi fruibili da tutti: se la piccola città di provincia si spopola perdendo anche alcuni “servizi”, si potrà creare una rete di servizi condivisi (attraverso unità mobili, per esempio) che collegheranno idealmente tutte queste piccole città, impedendo il loro isolamento. Così come l’utilizzo di nuovi mezzi di trasporto – macchine tipo Twizy o piccoli bus elettrici, più maneggevoli e meno inquinanti – permetteranno agli abitanti più anziani delle grandi città di muoversi e non rimanere relegati in quartieri dormitorio. Ohno non vuole solo restituire vitalità alle città che si spengono, ma aiutare le persone più deboli della società.

Per lui, inoltre, il concetto di tabula rasa non esiste. Per lui è importante recuperare, dare nuova vita, avere il massimo effetto possibile con il minimo investimento, rispettando la continuità storica. E se, per alcuni aspetti, il progetto Fiber City 2050 è utopistico per la nostra cultura, per altri, idee come recupero e rispetto del passato calzano perfettamente alle nostre città.

Quello del professore Ohno non è un progetto chiuso, tanto che invita tutti a contribuire con le proprie idee a  Fiber City 2050, esempio di approccio originale delle funzionalità ecologiche del futuro paesaggio urbano.

Jacqueline Rastrelli

9 ottobre 2014

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