LA BIOSOSTENIBILITÀ DI “UN-BOXED”

Il prefabbricato ecosostenibile di due giovani progettisti pugliesi

“Solo i primitivi e i barbari non conoscono le tecniche per orientare gli edifici in modo da catturare il sole d’inverno.” Sembrano parole di un recente passato e invece risalgono al V secolo a.C. e testimoniano che, già ai tempi di Eschilo che le pronunciò, si conosceva quella che dagli anni ’70 in poi del secolo scorso viene chiamata “bioarchitettura”, ovvero la ricerca dell’equilibrio armonico tra uomo e ambiente nella progettazione e nella realizzazione degli edifici, privilegiando l’utilizzo di materiali non inquinanti e tecniche in grado di consentire un risparmio energetico.
Bioarchitettura, bioedilizia, agricoltura ecologica, sono tutti sinonimi moderni di una pratica “antica” ispirata ai principi della sostenibilità e incentrata sull’interesse, sviluppatosi con il diffondersi della coscienza ambientale, di una parte di progettisti contemporanei per la ricerca di nuovi linguaggi sperimentali, in grado di offrire un miglioramento delle condizioni di vivibilità senza rinunciare alla qualità e all’estetica.
Un grande passo in avanti, in questo senso, è stato fatto attraverso la valorizzazione di alcuni  principi fondamentali e millenari, quali la ventilazione, la deumidificazione, l’illuminazione naturale o la riduzione delle dispersioni termiche, che ha portato alla realizzazione di costruzioni “reattive” (capaci, cioè, di adeguarsi nel tempo alle condizioni esterne) tramite l’utilizzo di materiali a rendimento elevato, ma a basso costo e impatto ambientale, come il legno, la calce e il gesso.
E proprio il legno, nell’ambito di progettazioni “sostenibili” per uso abitativo, è alla base della proposta di due giovani architetti pugliesi, Maurizio Barberio e Micaela Colella, che con il loro “Unboxed” (prefabbricazione in legno per l’aerea mediterranea) si sono classificati tra i finalisti al Concorso “Design the future”, promosso da Marlegno Prefabricated Wooden Buildings, in collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Bergamo.
È un modello di casa unifamiliare prefabbricata in legno, amovibile e pensata per l’aerea mediterranea (dove questo tipo di alternativa agli edifici in muratura e calcestruzzo tipici non è ancora attecchito) la quale, nel rispetto del principio di essenzialità, presenta ambienti funzionali e accoglienti (con una netta divisione tra zona giorno e zona notte), secondo le caratteristiche di “scatolarità” proprie delle case mediterranee, diversificandosene, tuttavia, (da cui il concetto di “Un-boxed”, “diversamente scatola”) per l’utilizzo dei materiali, completamente riciclabili, per la semplicità delle linee unita a un design moderno e innovativo, per l’uso dei colori (con il bianco in prima linea), nonché per il rapporto con la luce e l’ambiente circostante, definito attraverso l’inserimento di grandi pareti vetrate.
Per saperne di più, anche sul tema dell’eco-sostenibilità, abbiamo contattato i due architetti, autori del progetto.

Com’è nata l’idea “Unboxed” e per quali caratteristiche la sua realizzazione risulterebbe idonea in zone preferibilmente non urbane?
MB: Da un po’ di tempo stavamo sviluppando delle riflessioni attorno al tema della casa e della prefabbricazione e il concorso “Designing the future” ci ha fornito l’occasione per mettere su carta tutti  gli spunti progettuali che stavamo maturando, sistematizzandoli in un concept ben definito. La sua realizzazione non è legata esclusivamente a zone extra-urbane ma, essendo una casa unifamiliare con quattro affacci, l’ideale sarebbe installarla in aree dove il contesto naturale è prevalente, anche se nulla vieta di poterla stanziare in zone urbane con una buona disponibilità di verde.

Quali i materiali scelti e il target di possibili clienti previsto?
MC: La struttura portante sfrutta la tecnologia Xlam, con pareti in legno massello a strati incrociati, di spessori ridotti. Per l’isolamento abbiamo pensato a fibre di legno e canapa mentre per la fondazione si è optato per una gabbia di acciaio leggera, meno impattante sull’ambiente rispetto alle fondazioni tradizionali in calcestruzzo armato. La casa, inoltre, è pensata per essere reversibile, cioè smontabile e dismissibile alla fine della sua vita. La modularità consente l’adattabilità del concept per soluzioni planimetriche idonee ai single, alle coppie senza figli e alle famiglie con due o più figli. Le diverse soluzioni si basano sull’utilizzo di pochi pannelli base, completi di finiture e studiati per abbattere i ponti termici, con una riduzione del prezzo al metro quadro grazie alla prefabbricazione e all’uso intelligente della modularità.

Perché, in generale, si dovrebbe scegliere di ricorrere alla soluzione del “prefabbricato”?
MB: La prefabbricazione ha innumerevoli vantaggi. Innanzitutto, c’è un controllo maggiore sulla qualità dei materiali utilizzati, sul processo produttivo e sulla precisione nella realizzazione degli elementi architettonici, oltre a una maggiore sicurezza sul cantiere. Il cantiere a secco prevede il montaggio in tempi brevi, con costi quantificabili facilmente e in maniera precisa. La standardizzazione e la modularità, poi, possono aprire strade interessanti per l’abbattimento dei costi, aspetto non da trascurare. Purtroppo, c’è ancora molta diffidenza, anche tra gli addetti ai lavori, per questo tipo di soluzione. In realtà il settore edile, che ha risentito della crisi molto più degli altri settori, dovrebbe puntare a sviluppare nuove prospettive grazie all’innovazione sulla prefabbricazione eco-compatibile.

Ci piacerebbe conoscere la vostra opinione riguardo a quei fattori che stanno orientando sempre di più l’architettura contemporanea verso i principi di eco-sostenibilità ed eco-compatibilità. I progetti di riqualificazione secondo tali criteri, garantiscono maggiore benessere e qualità della vita?
MB: L’eco-sostenibilità è diventato un must per i progetti di architettura contemporanea ma da solo non basta per definire un mondo migliore. L’eco-sostenibilità dovrebbe essere vista più come un dato di fatto, un dato di progetto, se vogliamo. Ma io penso che anche su altri fronti l’architettura possa contribuire alla qualità della vita degli ambienti costruiti. Penso ad esempio alla questione della bellezza. È un argomento ostico, che quasi terrorizza perché visto come arbitrario, ma chi se non un architetto deve porsi la sfida della bellezza?

Pur essendo ancora molto giovani, avete già alle spalle un ricco carnet di esperienze progettuali e accademiche: come vedete posizionato il nostro Paese per quel che concerne lo sviluppo di temi significativi come la salvaguardia dell’ambiente, il risparmio energetico, etc?
MB: Guardando alla realtà dell’Italia meridionale in cui viviamo, possiamo certamente dire che sono stati fatti dei passi in avanti, ma rispetto alle realtà estere siamo ancora troppo indietro. Gli architetti possono fare molto per portare questi temi all’interno dei progetti che realizzano, pensando, innanzitutto, ai materiali da utilizzare. C’è bisogno di uno sforzo critico quotidiano.

L’architettura eco-sostenibile è (o sarà, in futuro) per tutti o solo per pochi?
MC: È innegabile che l’architettura eco-sostenibile sia, al momento, appannaggio di poche persone. Forse perché, considerata un’architettura d’elite, non si è ancora verificata una sua fattiva “democratizzazione”. I progettisti possono fare molto per indirizzare l’architettura verso l’eco-sostenibilità ma deve essere una volontà condivisa da tutte le parti in causa: committenti, imprese edili, politica e  amministrazioni.

Ci potete fare il nome di un architetto (o di un esempio di architettura) che voi particolarmente apprezzate tra quelli che hanno scelto di lavorare per e con l’eco-sostenibilità, e spiegarci il motivo del vostro gradimento?
MC: Uno degli architetti che rappresenta per noi un punto di riferimento nell’affrontare questi temi è Shigeru Ban. Dal nostro punto di vista è uno dei pochi architetti che affronta l’argomento in maniera innovativa, utilizzando l’eco-sostenibilità come mezzo per fornire un sostegno concreto in situazioni di emergenza, dove l’eco-sostenibilità stessa non è certo una priorità. Pensiamo, per esempio, ai suoi interventi post-sisma e alla costruzione di rifugi ed edifici temporanei realizzati mediante l’uso innovativo di tubi di cartone.

Quali sono i progetti e i settori di intervento che in questo momento vi vedono maggiormente impegnati e quali i suoi traguardi futuri?
Al momento, abbiamo iniziato un corso di dottorato (Cultura della Costruzione) in consorzio tra il Politecnico di Bari e l’Università Roma Tre, che ci terrà occupati per i prossimi tre anni. Parallelamente, portiamo avanti la nostra ricerca progettuale sui temi della prefabbricazione, della dismissibilità e, in generale, sullo sviluppo di nuove tecniche costruttive, sempre legate all’attenzione particolare per il design e la qualità estetica dei progetti.

Come affermava il grande architetto Christian Norberg-Schulz, compito primario della Bioarchitettura è quello di “creare luoghi significativi per aiutare l’uomo ad abitare, attraverso la comprensione e il rispetto del Genius Loci, ovvero lo spirito del luogo”. Un luogo che non è mai isolato, che fa parte di un contesto più globale e deve essere concepito come uno spazio geografico dotato di una propria identità, in grado di suscitare sensazioni e suggestioni uniche.
E il lavoro di questi due promettenti firme dell’architettura contemporanea nostrana sembra proprio rispecchiare tutto ciò, per la cura attenta manifestata nel rapportarsi profondamente, durante lo studio e la realizzazione del progetto, all’essenza della loro terra (e dell’area meridionale in generale) e nella scelta felice di adattare le proprie opere alle vocazioni naturali dei luoghi, senza sconvolgerne l’identità estetica e intrinseca ma recuperandone, piuttosto, l’anima e la memoria.

DANIELA FERRARA

22 dicembre 2014

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