IL SOGNO DELLA CITTÀ FUTURA TRA I SEGNI DELLA MEMORIA

Berlino, incarnazione della metafisica metropolitana

Le città sono sempre, da duemilacinquecento anni, almeno in Occidente, espressione di una metafisica, di una filosofia prima. Basterebbe rivolgere l’attenzione al Timeo di Platone, continuazione cosmologica del progetto politico della Repubblica: per il filosofo greco, le diverse parti di Atene simboleggiano il corpo umano, e l’anima che lo abita, nelle loro componenti. Quella di Platone non è una semplice figura “letteraria” ma lo specchio di un tempo che per molti versi è vicino al nostro: epoca “cittadina”, come la nostra, epoca di grandi rivolgimenti politici, epoca che si consegna alla consapevolezza inquietante dell’esistenza di svariate culture e che, nel medesimo, vede un modo del sapere che annuncia la sua affermazione rispetto a culture più “arcaiche” (arcaiche per quel sapere che si va imponendo, non certo in sé).

Per tracciare una metafisica della città oggi, però, se con una mano si deve tenere l’opera platonica, con l’altra bisogna trasportare una valigia piena di altre innumerevoli avventure intellettuali, che da quei tempi lontani sono state scritte: opere che narrano di città ideali, di città infernali, di città reali: perché, da Platone a Walter Benjamin, passando per Dante e Machiavelli, sembra che il discorso sulla città sia stato una delle grandi passioni dell’uomo occidentale (ed è naturale, poiché il discorso sulla polis è la politica).

Quello che però caratterizza il significato politico, più o meno manifesto, di ogni narrazione metafisica della città è il sogno del futuro. Ogni epoca ha avuto i suoi sogni. I nostri ci raggiungono in un tempo in cui ciò che caratterizza la vita delle grandi città, ancora più di un tempo, è l’esplosione multiforme e policentrica: una sfida al progetto razionale che insegue il sogno di un abitare sostenibile, di un viver bene.

Per esempio, Berlino. Tu puoi percorrere le vie della Grande Città e incontrare nello stesso tempo mille città, perché ogni quartiere della Grande Città è un’altra città nella città, uno specchio in cui si riflette un’unità che non è altro che questo gioco di luci. Come in una delle città invisibili sognate da Calvino, tu segui tracce e segni e sei come di fronte a un enigma da interpretare. In ciò consiste, a quel che sembra, ogni segreto del labirinto. La città è così un tracciato che devi mappare. Ti puoi perdere dietro una fila di palazzi popolari anni ’70, tutti uguali, e per un momento disperare e credere d’esserti smarrito in un’altra dimensione; ma ecco che, da un momento all’altro, qualche grande segno, la Torre della televisione o una mongolfiera svettante e illuminata, ti dirà dove devi incamminarti per ritrovare la Via.

I segni però sono anche sogni, tracce che rispecchiano i desideri di ogni visitatore della Grande Città. Sali su un mezzo pubblico: tram, treno urbano (S-Bahn), metropolitana (U-Bahn); puoi decidere di farlo anche senza una meta ben precisa. Anzi, è consigliato che tu faccia così, per respirare la sorpresa e il brivido dello smarrimento. Sali dunque sul mezzo in un quartiere dove le case risparmiate dall’orrore della guerra sono ancora tante e, ristrutturate, fanno ombra allegramente e con mille colori allo schiamazzare dei bambini nei parchi giochi. Quando scendi, dopo qualche chilometro, il paesaggio è completamente mutato: palazzi malandati sono stati coperti da vivaci murales, nuovi e vecchi, che gridano la protesta e la ribellione di chi, giovane che è o che fu, vuole o volle vivere in una città più accogliente verso le diversità.

Ti guardi in giro e vedi mille volti diversi, acconciati in maniere mai viste, dipinti o mascherati. Al mercato in un quartiere etnico giri il capo da una parte e il richiamo di spezie esotiche si sposa con l’invito d’accento mediorientale a provare la delizia sconosciuta; dall’altro lato della strada, donne con il capo coperto espongono tessuti colorati sulle rive di un canale del fiume che bagna la metropoli – e pensare che qualche ora prima, prima di passeggiare per il quartiere rimesso a nuovo coi bambini schiamazzanti, eri salito su un palazzo di cristallo e acciaio nella centralissima piazza dove la Grande Città mette in mostra tutta la sua strapotenza economica e tecnologica.

E tutta questa vita freme mentre una lunga, quasi-invisibile cicatrice di un muro che non c’è (quasi) più si snoda attraverso la Capitale, rivelandosi come il segno dei segni per la memoria degli ospiti e degli abitanti.

In questa sarabanda di diversità, che, come è facile intuire, comporta anche luoghi di degrado e di abbandono, si rende però anche manifesta la volontà di guadagnare una vita più sostenibile. Le persone preferiscono muoversi con i mezzi pubblici; bottiglie di vetro e di plastica si conservano e vengono riportate ai supermercati, dove i vuoti vengono ripagati con qualche centesimo; esperimenti di supermercati senza buste di plastica si moltiplicano a vista d’occhio. In generale, l’interesse e il rispetto verso l’ecologico e la vivibilità vengono ribaditi con costanza: e i grandi parchi costituiscono gli innumerevoli polmoni di una unità tanto policefala. Sembra impossibile, ma anche nella multiformità anarchica di una città così mutevole, si ribadisce l’essenza politica della metafisica della metropoli: anche nel caos fantasioso di un luogo che vive la continua metamorfosi del presente, il progetto di un futuro possibile non manca di contribuire alla figura complessiva.

di PAOLO BERETTA

15 novembre 2014

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