IL FASCINO ILLUSORIO DELLE ARCHISTAR E LE RAGIONI DEI GIOVANI ARCHITETTI

Architettura partecipata per città più vivibili

Si chiamano archistar e costruiscono opere faraoniche e avveniristiche in città in evoluzione come Dubai, o firmano progetti che si trasformano in opere autoreferenziali in grandi capitali in cerca di nuovo glamour. In questi edifici prevale la indubbia genialità del singolo architetto la cui vena artistica e creativa si traduce sempre più in moda che stupisce e sempre meno ha a che fare con la vera architettura, che non interagisce  in nulla con il tessuto della città nelle quali i giovani architetti, offuscati dalla loro luce, cercano sempre più di recuperare la memoria del vissuto.

Oggi, si è sempre più convinti che un progetto sia indissolubilmente legato alla genialità di chi lo ha creato, e questo sta portando alla realizzazione di opere architettoniche “da guardare”, come mere opere d’arte, ma che nulla condividono con la storia e il contesto in cui si trovano. Gli attori protagonisti li conosciamo tutti: Renzo Piano, Santiago Calatrava, Massimiliano Fuksas, Zaha Hadid, David Chipperfield, solo per citarne alcuni. Sono loro a “rubare la scena” ai giovani, alcuni dei quali hanno la fortuna di lavorare nei loro studi e condividerne l’onere della materializzazione dei progetti, ma che scompaiono al momento degli onori. Obbiettivamente, senza togliere nulla a queste “creazioni”, è sempre più necessario che le giovani leve riescano ad emergere dal buio perché bisogna andare oltre la soggettiva bellezza estetica e capire la reale necessità di queste mega architetture, mega in tutto, anche nei costi. Deve tornare protagonista l’urbanistica affinché l’uomo viva l’architettura nella quale si trova a vivere, senza subirla come uno sterile simbolo.

Anche in Italia abbiamo subito il fascino delle archistar. A Roma, dopo il successo dell’Auditorium Parco della Musica, raro esempio di progetto che è riuscito a farsi parte integrante della città e farsi amare dai romani, il MAXXI realizzato dalla architetta irachena Zaha Hadid ha suscitato molte critiche e perplessità, per costi ed estetica. Per non parlare della “Nuvola” di Fuksas, il nuovo centro Congressi dell’Eur,  il cui costo iniziale di 275 milioni di euro è quasi raddoppiato e la “Città dello Sport” dove svetta l’incompiuta “Vela” di Santiago Calatrava, altra opera dalla vena geniale ma che, oltre ai costi di realizzazione proibitivi,  che hanno incartato la Capitale intorno ad un progetto da archistar non alla sua portata, avrebbe avuto, una volta finita, costi di gestione elevatissimi per il mantenimento di tutte le piscine e relative temperature che avrebbe dovuto ospitare. E cosa volgiamo dire del Ponte di Calatrava che attraversa il Canal Grande i cui gradini di vetro progettati dall’architetto catalano forse non erano il massimo per sopportare il peso di migliaia di valigie e trolley che lo avrebbero attraversato? Il prezzo di ogni gradino varia dai 4 ai 7mila euro, non proprio economico per le casse comunali di Venezia.

Tutto questo è avvenuto perché è prevalsa la tentazione di coinvolgere gli architetti più in voga del momento per riqualificare e rendere visibili i centri abitati e non la coerenza di assoldare giovani altrettanto qualificati e geniali, consapevoli di dover dare ai progetti quel “qualcosa in più” che ne faccia un mix di modernità e storia di vita vissuta dalla città, che ne recuperino l’essenza, i colori, i suoni, una fisicità che sia fruibile dai suoi abitanti. Non sono le grandi opere a ridar luce alle grigie periferie o al vituperato territorio italiano dove ogni mattone può raccontare secoli di storia, ma quelle più piccole, a misura d’uomo: case, uffici, scuole, ristoranti e caffè.

Ecco perché stanno nascendo sempre più “laboratori” di giovani architetti come Architetti Emergenti, un’associazione culturale nata a Reggio Calabria per promuovere la cultura architettonica tra giovani studenti e professionisti. Il sito omonimo, attivo dal gennaio 2012, dove si possono pubblicare i progetti universitari e professionali, conoscere altri giovani emergenti, condividere i progetti preferiti. In risalto il progetto strategico delle reti per Villa San Giovanni: “Nuovi e vecchi tracciati per una mobilità ricettiva”. L’intervento consiste nella riqualificazione, riconversione e valorizzazione dell’area nord della città. Tra i progetti di “Architetti Emergenti” spicca anche la prima eco stazione comunale della Provincia di Siracusa, inaugurata il 5 gennaio del 2014 a Ferla, in collaborazione con il Circolo Rifiuti Zero di Siracusa. Il progetto è stato curato dagli architetti Manuela Cifali e Marco Tripi. Da segnalare anche il sito diCoContest, una piattaforma internazionale dedicata all’interior design che nasce dall’esigenza di un giovane architetto, Filippo Schiano Di Pepe, di trovare un sistema innovativo per far incontrare le capacità professionali dell’architetto con le richieste del cliente. In poco tempo il team ha trovato un incubatore, Enlabs, ed è riuscito, nel luglio del 2012, a lanciare la prima versione del sito. Dopo due mesi, questa piattaforma di crowdsourcing  contava già tremila iscritti da varie parti del mondo.

Qual è la sfida che i giovani devono lanciare alle archistar? «Tornare in una dimensione più umana e vivibile delle città, che grazie al nostro mondo sempre più tecnologico ed interattivo, dominato dalla velocità e la prevaricazione dell’individualismo,  è una cosa che si può e si deve fare, e questa è la sfida che i giovani architetti stanno lanciando alle grandi archistar». A pensarla così è Flaminia Murino (nella prima foto in alto a destra), una giovane architetta romana. In che modo? «L’architettura partecipata, ovvero con un metodo diverso di affrontare la progettazione, che non resta più solo in mano ai tecnici professionisti, ma che coinvolge in prima persona i residenti e gli utilizzatori finali dell’opera, in base alla convinzione secondo la quale oggi gli interlocutori più preparati a fornire risposte qualitative per il proprio territorio sono proprio gli abitanti stessi. I giovani architetti insieme ai comuni più all’avanguardia aprono un collegamento diretto tra loro ed i cittadini. Con questo strumento – continua Murino – i giovani architetti vogliono integrare tre elementi essenziali: luogo, persone e lavoro».

Quali sono i punti fondamentali dei processi di partecipazione? «Sono la condivisione del progetto da parte di tutti i soggetti coinvolti e la diffusione di consapevolezza della storia del proprio territorio e di comprensione dei bisogni futuri della popolazione e del luogo in fase di costruzione – dice l’architetta romana – con l’obiettivo di realizzare uno spazio a misura di persona, che lo vive e lo sente proprio. Gli abitanti non sono più soggetti passivi, ma decisamente attivi con la loro conoscenza del luogo, dei suoi problemi e delle caratteristiche che vorrebbero assumesse nel tempo. A mio avviso – conclude Murino – noi giovani architetti abbiamo tantissimo da imparare dalle archistar e siamo onorati di poter assistere, condividere, vivere e talvolta collaborare alla realizzazione delle loro magnifiche architetture, ma la nostra sfida principale è quella di trovare una strada che riporti il tutto ad una dimensione più umana e volta alla socialità, rimettendo al centro delle città l’individuo come parte di un gruppo e non l’architettura intesa come oggetto fine a se stesso, ma l’architettura al servizio del cittadino e della città». Città che si trovano a convivere con problemi legati a continui mutamenti economici, alla volatilità del mercato immobiliare e all’impoverimento delle risorse economiche da destinare al recupero del patrimonio urbano dei centri storici, così come quello industriale delle periferie.

Le archistar non devono sparire, ma dovrebbero confrontarsi maggiormente con i giovani architetti, nonché con ingegneri, storici dell’arte, archeologi e amministratori locali per creare opere a misura d’uomo.

 JACQUELINE RASTRELLI

13 novembre 2014

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