IL DESIGN PER L’AUTISMO

La città potrebbe diventare un luogo più accogliente per i ragazzi autistici “ad alto funzionamento”, cioè senza gravi difficoltà motorie, se il frutto dello studio di due ricercatrici del Politecnico di Torino venisse implementato. Il progetto si chiama “Design for autism” e comprende anche un’app per smartphone – “Il mio autista” – realizzata da Federica Bertot e Martina Tamagnone, 24 anni e una laurea magistrale in Ecodesign conseguita da pochi mesi nell’ateneo piemontese.

Come siete arrivate a “Il mio autista”, l’applicazione che ha tutti i presupposti per rendere migliore la vita degli autistici e delle loro famiglie?

Federica: Al momento della preparazione della tesi il nostro professore ci ha consigliato di impegnarci in un lavoro commissionato dalla Casa, una clinica di Mondovì che si occupa di persone autistiche. La richiesta era di rivedere graficamente una loro applicazione con tecnologia touch. Successivamente, ci siamo rese conto che avremmo potuto lavorarci sopra, allargando il raggio con il progetto “Design for Autism”, dando vita anche a una campagna di sensibilizzazione con un video che racconta l’autismo e le potenzialità dei ragazzi che ne sono affetti, e realizzando anche una T-shirt con un QRcode che rimanda a un blog utile per i genitori che ogni giorno si scontrano con le difficoltà di questa sindrome.

Dunque non solo design e tecnologia, ma anche un’attenzione particolare al coinvolgimento di chi questo problema non lo vive e non lo conosce?

Martina: Proprio così, il nostro progetto finale è anche socialmente utile. Il sito può aiutare le famiglie a fare rete e grazie al video, alla maglietta e alla partecipazione a eventi come il Wired Next Festival di Milano, che si è svolto lo scorso maggio, abbiamo modo di raccontare questo mondo non molto conosciuto.

Come funziona “Il mio autista”?

Federica: L’applicazione è stata ideata specificamente per autistici e per questo abbiamo scelto colori piatti e una modalità no scroll per evitare che questi ragazzi si distraggano, in quanto hanno un basso livello di attenzione. Quando il giovane esce di casa senza il genitore o il tutore, gli permette di visualizzare sullo smartphone il percorso da compiere e gli dà un supporto in casi di emergenza, consentendogli di fare chiamate di emergenza attraverso un riproduttore vocale. L’app – utilizzabile in modalità genitore e in modalità ragazzo – è utile anche al genitore per localizzare il figlio e per essere avvisato quando questi si allontana da un’area geografica pre-impostata. L’app permette di trovare e contattare una persona amica vicina, identificando altri utilizzatori dell’app in modalità genitore che si trovano nell’area del ragazzo che ha bisogno di aiuto. Spesso, chi si prende cura di loro ci dice di sentirsi abbandonato, invece, quest’applicazione permette di fare rete.

In che modo il ragazzo può entrare in contatto con un altro utilizzatore dell’app?

Federica: Con la funzione “Parla per me”, attraverso un messaggio pre-registrato del genitore o del tutore, che permette di chiedere informazioni o aiuto.

Può essere utile anche per chi è affetto da altri tipi di disturbi?

Federica: Sì, può esserlo anche per gli anziani malati di Alzheimer, per persone down, per epilettici, perché permette di localizzarli.

Dunque, una volta di più la tecnologia può aiutare a migliorare la vivibilità degli spazi per le persone con problemi fisici o psichici?

Martina: Certamente. Per esempio, nei nostri approfondimenti sull’autismo abbiamo visto che gli autistici utilizzano molto la tecnologia sia nel privato che nel sociale. Ci sono app che permettono loro di esplicitare gli stati d’animo altrui, la tecnologia interviene come intermediario ed è un ausilio efficace perché a ogni input preciso corrisponde una risposta definita e ricorrente, mentre l’imprevisto li destabilizzerebbe.

A che punto è il vostro progetto?

Martina: Abbiamo realizzato una demo e adesso stiamo cercando qualcuno che la ingegnerizzi e la renda fruibile.

In questi anni si parla molto di cervelli in fuga e di un sistema universitario che non aiuta i giovani ricercatori. Voi che cosa ne pensate?

Federica: Noi ci siamo trovate bene al Politecnico di Torino, siamo state seguite passo per passo sia nel percorso della tesi che nella presentazione dei risultati al di fuori del mondo universitario. Per noi l’università sono i nostri correlatori Tamburrini e Di Salvo e non un sistema generico. Per quanto mi riguarda, confido di restare in Italia. Sebbene l’estero sia una buona occasione, sono convinta che se ci si impegna, i risultati arrivano anche in Italia.
Martina: L’università ci ha dato le basi e gli strumenti per pensare al nostro progetto, noi ci siamo rimboccate le maniche per realizzarlo e per mettere a frutto l’occasione che ci è arrivata dalla richiesta della clinica di Mondovì. Andremo avanti qui. Abbiamo sperimentato che il design oltre a essere bello può anche essere utile e ciò ci rende orgogliose e determinate. Questo è una base di partenza importante.

Per saperne di più: DesignForAutism
Video “Mi sono perso un mondo di cose sull’autismo”

Rosalinda Cappello
25 giugno 2014

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