FUSARI: «SENSIBILIZZIAMO LA COLLETTIVITÀ SULLA QUALITÀ»

Il punto di vista del presidente dell’Ordine degli architetti di Macerata

 Un mercato rinnovato e rivolto a risparmio, sicurezza e qualità, definizione delle competenze e opere pubbliche sono i punti da cui ripartire per rilanciare la professione. Per Enzo Fusari, presidente dell’Ordine degli architetti di Macerata, bisognerebbe puntare su questo. «Più dell’80 per cento delle case sono carenti sotto l’aspetto dei consumi, il 20 per cento degli edifici non sono a norma sismica. Viviamo in case costruite con materiali inquinanti e cancerogeni, in cui disperdiamo molte risorse. Occorre sensibilizzare di più la collettività a investire su quello che già c’è, intervenendo su quell’edilizia ereditata dagli anni Sessanta in poi, dove si pensava ai metri cubi più che alla qualità dell’architettura e alla vivibilità all’interno dell’immobile. Lo stesso vale per le opere pubbliche che devono essere rilanciate attraverso interventi di riqualificazione e ristrutturazione. È vero, ci sono normative, agevolazioni fiscali che vanno in questa direzione, ma occorre intervenire in maniera più decisa. Solo così l’edilizia potrà ripartire, altrimenti il mercato rimane fermo e l’occupazione ne risente».

E nel frattempo, che si fa? «Sì, le community di settore, le vetrine per farsi conoscere possono essere una strada. Ma, innanzitutto, bisogna riconoscere che la professione come l’abbiamo svolta negli ultimi venti o trent’anni non ha più prospettive. Ormai, il piccolo studio è superato. Dobbiamo pensare a realizzare grosse strutture, anche di cento persone, che raccolgano varie professionalità, impegnate in campi diversi, occorre guardare ai concorsi di architettura invece di continuare a pensare alla piccola opera, pensando di andare avanti con le nostre amicizie, conoscenze, cercando di metterci in mostra. Sono tutti palliativi». Parla di concorsi Fusari, ma non sembra che in Italia vi siano molte possibilità in proposito. «È vero, ma è proprio grazie alla creazione di grosse strutture che sarà possibile lavorare in tutto il mondo. Oggi, poi, con il computer posso stare qui in ufficio e progettare per il Giappone, la Cina, o l’America».

Cambiare mentalità, dunque, aprirsi a una visione rinnovata della professione è una questione di sopravvivenza per tutti, a partire dai giovani che «devono mettersi insieme con figure professionali diverse per essere in grado di affrontare il mercato globale. Chi pensa ancora di mettere su il piccolo studio non va lontano: farà il tecnico, ma non farà mai l’architetto. Farà forse un po’ di edilizia, ma non farà architettura. Il futuro è nella collaborazione, anzi, è già il presente. Purtroppo, noi non siamo abituati a collaborare, pensiamo troppo spesso che la nostra idea sia quella migliore».

Quanto alla questione della professionalità, di cui gli Ordini dovrebbero essere i custodi, «prima di tutto occorre intervenire sulle competenze professionali. Sarà dura. O il governo prende il toro per le corna e cerca di risolvere questo problema o non ne veniamo fuori. Se sul mercato il geometra, l’ingegnere, il perito agrario,il perito edile possono tutti fare le stesse cose, è inevitabile che la qualità ne risenta. Basta guardarsi intorno per vederne i risultati. Occorre cominciare a dire in maniera chiara quali sono le competenze, chi può fare che cosa. Poi, ripristinare un minimo di tariffario, non solo per il pubblico ma anche per il privato, serve per migliorare la qualità della prestazione. Da quando sono stati eliminati i minimi non so chi ci abbia guadagnato. Non mi sembra che sia migliorata né la qualità, né il servizio. È stata una decisione fallimentare, che si è rivelata una condanna per i giovani, favorendo le strutture più organizzate.

Nella situazione attuale di crisi, che cosa può fare l’Ordine? «Riesce a fare ben poco. Non può mettere gente sul mercato  o favorire l’occupazione, non è questo il suo compito istituzionale che invece è quello di tutelare la collettività, garantendo la professionalità dell’iscritto, ma non tutela l’iscritto. È una contraddizione, però, la realtà dei fatti è questa. Poi ci sono temi e difficoltà di cui si discute e che cerchiamo di affrontare».

In tutto questo i corsi di formazione a che cosa servono? Talvolta, sembrano risolversi in un parlarsi addosso privo di utilità. Sono davvero fruttuosi per i professionisti? « Questo pericolo c’è, magari alcuni sono più validi di altri, ma l’ordine ne organizza moltissimi, sui temi più vari – risparmio energetico, recupero, restauro, illuminotecnica – e il 90 per cento è gratuito. Alcuni corsi servono per dare l’opportunità per confrontarsi, per conoscere persone del settore, per approfondire. Cerchiamo di offrirne di tipologie diverse, ma non possiamo risolvere i problemi dei colleghi. Trovare le competenze giuste non è semplice, anche perché le competenze giuste hanno un costo. È un cane che si morde la coda».

ROSALINDA CAPPELLO 

22 luglio 2015

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