FONDI UE: SE L’ITALIA CONTINUA A SPRECARE E A BARARE

Breve viaggio in due puntate nel nostro patrimonio artistico/1

L’Italia non è solo un grande contribuente, ma è anche una grande utilizzatrice di Fondi Ue. Negli anni scorsi è riuscita a spendere il 99% delle risorse comunitarie (Corriere Economia 13 Luglio 2014). Ma non sempre in maniera proficua: soldi spesi a rilento, dispersi in tanti microinterventi territoriali che lasciano il tempo che trovano, o assegnati a progetti troppo grandi, oggi in ritardo.

Il problema non sono solo gli sprechi, ma i grandi ritardi. Per rimediare, l’unica soluzione pare sia la riprogrammazione. Così, il ministro per la Coesione, Carlo Trigilia, è pronto a spostare risorse per almeno 4-5 miliardi, essendosi reso conto che esistono situazioni dove bisogna intervenire urgentemente. Sono i programmi operativi di Campania, Sicilia e Calabria, le più inefficienti di tutte, e dei piani operativi nazionali su “reti e mobilità”, “energie rinnovabili”, “attrattori culturali” e “sicurezza”.

Dove spendiamo male? Tra Fondi Ue e nazionali abbiamo già dovuto ridimensionare il miliardo (ossia nulla) disponibile per i cosiddetti “attrattori culturali” (progetti riguardanti l’arte e la cultura) ancora una volta nelle tre regioni maglia nera (Calabria, Sicilia, Campania) alle quali è andata ad aggiungersi la Puglia. Un programma nato male pur avendo potenzialità immense: per tre anni le regioni non sono riuscite a presentare un solo progetto, incapaci di coordinarsi con il ministero. Ricordiamo tutti quando nel 2010 cadde parte del muro dei Gladiatori a Pompei. Per cambiare passo abbiamo dovuto subire la lavata di capo del Commissario europeo alle Politiche regionali Johannes Hahn, che ci accusò, giustamente, di non essere in grado di utilizzare i Fondi Ue destinati a tali emergenze. Solo allora i 630 milioni di euro vennero concentrati su grandi progetti: Pompei, il Palazzo Reale di Napoli, la Reggia di Caserta, il museo archeologico di Reggio Calabria e quello di Taranto, il centro storico di Palermo.

I risultati? La differenza la fa spesso la qualità dell’amministrazione locale e troppo spesso, pur di rispettare i tempi, si spende male. Arte e cultura sono il nostro petrolio, nonostante qualcuno, qualche anno fa, sostenne il contrario. Con molta meno arte e molta meno cultura avute in eredità dal passato, coniugate a un turismo intelligente e tanto orgoglio, molti Stati hanno fatto fruttare il “nulla”, se paragonato a ciò che abbiamo a casa nostra.

Chiediamo all’archeologo e giornalista Manlio Lilli come sia  possibile  tanta poca professionalità in un settore che dovrebbe vedere uniti amanti del bello e della cultura. «Il problema nasce per certi versi nel 1974 quando Giovanni Spadolini creò il ministero per i Beni Culturali. Il suo obbiettivo era quello di mettere fine alla frammentazione del mondo della cultura e permettergli di avere migliori competenze specifiche, sperando che quelle competenze divenissero prerogativa anche in quanti sarebbero stati chiamati ad amministrare, in ambito locale, il patrimonio. Un auspicio che, osservando il panorama nazionale, sembra essere stato in gran parte deluso. Ritengo quindi che sia auspicabile che la Politica chiami a dirigere la cultura personalità che abbiano riconosciute professionalità nel settore. Ma – continua Lilli – credo anche che questo sia un elemento accessorio. Importante ma non imprescindibile, come invece è la presenza di una sensibilità a determinate tematiche. Come lo è ancora di più la capacità di costruire un racconto nel quale i singoli eventi siano in funzione di una visione d’insieme. Insomma, gli assessorati alla Cultura dei tanti Comuni disseminati per l’Italia chiamino storici dell’arte, architetti, scrittori oppure archeologi. Se possibile. Ma chiamino soprattutto persone capaci di immaginare un discorso allargato e, se possibile, condiviso».

Troppo spesso ci si sente chiamati “spreconi”, soprattutto dai Paesi Membri più virtuosi. Il quotidiano tedesco Die Welt di qualche settimana fa, si è chiesto perché mai il primo ministro italiano Matteo Renzi dovrebbe volere più margini di manovra per spendere denaro, se già adesso l’Italia non riesce a utilizzare ragionevolmente i fondi delle casse Ue. L’articolo era tutto dedicato agli sprechi italiani (Italien verfoerdert voellig ziellos die EU Milliarden). L’analisi nasce dai dati pubblicati dalla presidente della Commissione per il Controllo dei Bilanci al Parlamento Europeo, Ingeborg Graessle. La deputata tedesca della Cdu ha raccolto ed esaminato materiale per capire in che modo i Paesi Membri utilizzano i Fondi Comunitari. Per l’Italia la Graessle ha citato il caso del lago Trasimeno «gioiello di acqua limpida circondato da montagne». Nel 1997, l’Italia ha chiesto e ottenuto dall’Ue un cofinanziamento per il progetto di una pista ciclabile nella zona del lago. Invece di costruirla a una certa distanza dal lago, come concordato con Bruxelles, gli italiani, si legge in Die Welt, l’hanno costruita lungo la riva, senza informarne la Commissione europea. Risultato? Oggi la pista è invasa da canne e inutilizzabile. Infine, continua il quotidiano, dato che la pista non girava interamente attorno al lago, l’Italia ha chiesto, e ottenuto, 18 milioni di euro aggiuntivi. La sentenza è durissima: «Barare come nel caso del Lago Trasimeno – scrive Die Welt citando la deputata tedesca autrice della ricerca – è una cosa che l’Italia si è permessa troppo spesso».

Jacqueline Rastrelli
3 ottobre 2014

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