DOVE GLI OGGETTI ANTICHI TORNANO A VIVERE

Nella bottega di restauro di Mariangela e Anna Sacchi

In una bottega di restauro nel cuore di Milano, nelle stanze che accolgono oggetti di un tempo passato, in un palazzo ottocentesco, due sorelle, Mariangela e Anna (nell’immagine principale e nella prima foto in alto a destra), continuano l’arte imparata dal padre. Carlo Sacchi, intagliatore, nel dopoguerra aveva contribuito alla ricostruzione della città sventrata dai recenti bombardamenti, risanando, tra gli altri, il Duomo e la Scala sfregiati dalla furia del conflitto. Un’esperienza che gli sarebbe presto servita. Quando, alla fine degli anni Cinquanta, l’avvento della produzione industriale mandò in soffitta il suo mestiere, lui si reinventò restauratore di intagli in legno, avviando la rinomata bottega che nel ’68 si è trasferita a piazza Bertarelli, dove oggi le sue figlie eseguono preziosi lavori di restauro.

«Fino alla morte di papà, nel 1994, lavoravamo tutti e tre insieme e la nostra bottega, con intagliatore, doratrice e restauratrice di quadri e di lacche, era un posto particolare, carino, unico», racconta Mariangela, la maggiore delle sorelle, che non è approdata subito a questo mestiere. «L’interesse per me è arrivato dopo. Prima, infatti, ho studiato Lingue, pensando di volermi dedicare a una professione che fosse legata ai viaggi. Per qualche anno ho lavorato con una consociata Rizzoli ma, poi, ho cominciato a pensare al lavoro di papà che mi aveva affascinata sin da piccola, quando me ne stavo lì a guardare, incantata dalla magia del suo mondo». Appena gli comunica che vuole mettersi a lavorare con lui, il padre non è molto contento. «A quell’epoca, quella del restauratore era vista come un’occupazione maschile, perché comporta una certa fatica fisica se si ha a che fare con oggetti pesanti da spostare e maneggiare. E, infatti, l’ambiente, allora, era dominato dagli uomini, se si esclude la signora Pinin Brambilla, che ha passato la sua vita sui tra battelli e ha restaurato il Cenacolo».

Mariangela si accosta al restauro agli inizi degli anni Ottanta, seguita qualche anno dopo dalla sorella che «con le idee più chiare delle mie, aveva fatto il liceo artistico e una formazione sulla decorazione e il restauro di dipinti». Mariangela parte da zero, nel laboratorio del padre: «Mi ha messo a studiare sui libri e mi ha fatto fare il garzone di bottega. È stata un’esperienza bella e divertente. Poi ho deciso di fare qualcosa che si differenziasse dalla sua attività, dedicandomi alla doratura e alle lacche. In quella fase, ho potuto contare sugli insegnamenti di un anziano doratore, proprietario di una bottega storica a Milano, il quale mi dato la possibilità di imparare, regalandomi anche tanti strumenti preziosi e utili per fare questo lavoro». Mariangela e Anna, grazie alle conoscenze del padre, hanno la possibilità di formarsi e di imparare il mestiere sul campo, lavorando con gli artigiani, oltre che sui libri. «Rispetto a chi deve partire da zero, noi siamo state fortunate – ricorda Mariangela – perché abbiamo potuto usufruire delle conoscenze di papà, non solo tra i colleghi ma anche tra i clienti. Chi apre una bottega, infatti, deve farsi conoscere dal cliente, realizzando il lavoro, e fidelizzandolo».

Una formazione ormai inconsueta, la loro, come racconta la maggiore delle Sacchi. «È la formazione della bottega, quella che avevano fatto i colleghi più anziani quando a tredici-quattordici anni andavano dagli artigiani a fare pratica, iniziando con il tirar su la polvere o lisciando con la carta vetro tutto il giorno. Una scuola pratica che pian piano permetteva di imparare il mestiere. Nel lavoro artigianale, in fondo, la pratica è fondamentale. Chi disegna, chi dipinge, chi è impegnato in lavori manuali deve sempre allenarsi, è come una ginnastica che tiene in esercizio la mano». Un lavoro, il loro, che richiede anche un elevato grado di specializzazione, oltre che competenze in chimica e tecnologia, dove le conoscenze andrebbero sempre aggiornate, anche se, talvolta, la ricerca e gli studi si fermano, com’è avvenuto per esempio nel settore della doratura: «Negli ultimi dieci anni non ci sono state grosse novità», commenta Mariangela.

Ma quali caratteristiche richiede il restauro di oggetti antichi? «Ci vogliono passione, studio continuo, attitudine e manualità – risponde – e un’immensa pazienza. Nel mio settore, per raggiungere il risultato ci sono molti passaggi che richiedono tempo, per pulire, per accompagnare i colori, per rifare la patina. È molto importante che con il restauro si riesca a ricreare ciò che il tempo ha fatto negli anni. Questo vuol dire che se sto lavorando su una scultura dorata che ha perso una parte della sua doratura, quando aggiungo quello che non c’è più, poi non posso lasciarlo com’è, ma devo fare in modo che il mio intervento si amalgami con il resto. In una settimana, in un mese, devo arrivare a un risultato simile a quello del trascorrere dei secoli».

Purtroppo, non tutti lavorano così. «Il restauro più bello degli ultimi anni l’ho visto a Roma, a Villa Borghese, perché il rifacimento di ciò che si era perso ha rispettato il sapore di quel luogo. A Milano, a Palazzo Reale, invece, in alcune sale restaurate sembra di stare a Las Vegas, perché tutto è di un nuovo abbagliante, tutti i colori sembrano smalti anche se non lo sono. Questo uccide l’atmosfera. Qualcosa di simile sta avvenendo anche con i marmi: si tende a ottenere una superficie di un bianco scintillante, come se fosse gesso, si pulisce in maniera eccessiva, come se si trattasse di facciate di palazzi che hanno subito cento anni di smog». Insomma, ci sono scuole di pensiero diverse sul modo di eseguire i restauri. «È tutto molto opinabile. Ci sono dei criteri che più o meno vanno rispettati, però, alcune cose vanno valutate caso per caso, solo che chi le valuta, lo fa secondo la propria sensibilità».

Restaurare opere antiche è anche «emozionante, anche dopo tanti anni. Può capitare di fare delle scoperte, sia sul modo in cui è stato realizzato un manufatto, sia sulle soluzioni trovate per un decoro, o per un sostegno. La soddisfazione è maggiore quando ti capita tra le mani un oggetto bello, di qualità, anche se è messo molto male. Certe volte, mi capita di provare dispiacere nel riconsegnarlo dopo l’intervento. Lo vorrei tenere con me, nella bottega, perché mi affeziono, come mi è capitato con una scultura, una figura femminile a grandezza naturale, e con un cassettone veneziano, dipinto con una mano felicissima». Una professione, dunque, affascinante, che riserva sorprese. Ma anche dispiaceri. «Io e mia sorella abbiamo lavorato per tutti, per i musei, per la Triennale, per l’Arcivescovado, etc. ed è molto triste vedere che adesso quasi nessuno riesce a lavorare per gli Enti pubblici, perché non ci sono soldi. I musei, a corto di finanziamenti, sempre più spesso devono trovare gli sponsor. Ciò vuol dire che c’è poco interesse per il bene comune. Sembra quasi che i beni culturali più che una risorsa e un patrimonio da proteggere siano considerati un fastidio. Li diamo per scontati e li trascuriamo. Qualcuno, poi, ha deciso che il modernariato e il contemporaneo siano più interessanti e così il mercato dell’antico ha perso appeal e incontra sempre meno interesse tra chi avrebbe i mezzi per investire. Certo, richiede una conoscenza approfondita e le case non sono più quelle di un tempo, così c’è poco lavoro e molti chiudono».

Stando così le cose, quali prospettive ci sono per i giovani che volessero lavorare in questo settore? «Conosco diversi ragazzi che hanno studiato Beni Culturali all’università e che oggi non se ne fanno niente, gli fanno fare le guide turistiche, sottopagati. Un altro limite è la mancanza di possibilità per una formazione di qualità. Certe volte mi capita di dover intervenire su oggetti restaurati male da altri e mi chiedo chi abbia insegnato loro il mestiere. Non ci curiamo della formazione, non ci curiamo dei beni. E, invece, il patrimonio artistico potrebbe essere una risorsa strepitosa».

ROSALINDA CAPPELLO

18 maggio 2015

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