COME PROGETTARE UNA “CITTA’ RESPONSABILE”

Intervista al professor Stefano Moroni del Politecnico di Milano

È un volume di recente pubblicazione (2013), edito da Carocci nel quale vengono affrontati con una prospettiva di ampio respiro i temi più rilevanti legati allo sviluppo delle città, alla pianificazione urbanistica e alla disciplina della convivenza urbana.

L’autore della pubblicazione è Stefano Moroni, docente al Politecnico di Milano di Land use ethics and the law e già autore di contributi sul tema tra cui La città rende liberi edito da ibl libri. Riformare le istituzioni locali (2012) e La città del liberalismo attivo: diritto, piano, mercato(Città Studi, 2007). Lo abbiamo incontrato per saperne di più su cosa significhi oggi immaginare e costruire una “città responsabile”.

La responsabilità va certo distribuita sia tra chi vive la città sia tra chi la amministra. Ma, professor Moroni, cominciamo analizando quali siano i ruoli e  i doveri del soggetto pubblico.

L’idea di fondo è che sia il pubblico che il privato debbano operare illuminati da una rinnovata responsabilità. L’autorità pubblica, agendo per migliorare sul lungo termine le chance di individui sconosciuti nel perseguire con successo i loro egualmente sconosciuti e continuamente mutevoli propositi, ha il dovere di prendere sul serio alcuni vincoli per evitare di creare più problemi di quanti aiuti a risolverne.
Non per tutti i problemi urbani e sociali esiste una forma d’intervento pubblico atta a risolverli. Spesso capire cosa non possiamo affrontare e cosa non possiamo risolvere è il passo più importante. E, anche nel caso in cui esista una forma d’intervento pubblico che può occuparsi di certi problemi, non sempre lo potrà fare in modo diretto; più spesso lo potrà fare in modo indiretto, creando le condizioni perché la società stessa possa cercare una soluzione. Infine, l’intervento pubblico deve essere sempre soggetto a severe limitazioni sovraordinate, per impedirne l’imprevedibilità totale e la discrezionalità incontrollata. I limiti all’azione statale non sono necessariamente freni, ma elementi di forza in quanto possono guidare l’apparato pubblico verso le finalità più desiderabili e incrementare la sua capacità di affrontare problemi reali.

Quali sono le responsabilità del soggetto privato?

La principale è far buon uso del prezioso diritto alla libertà. È auspicabile che gli individui usino la propria libertà in modo attivo e creativo, scoprendo nuovi spazi d’azione e d’intrapresa. Gli individui, poi, devono rispettare le regole introdotte da uno stato (centrale e locale) rispettabile e legittimo e onorare scrupolosamente contratti e promesse. Ossia, devono coltivare la virtù fondamentale dell’onestà.
Perché ciò possa accadere è in ogni modo indispensabile che siano le istituzioni le prime a cambiare, riacquistando quella rispettabilità che potrebbe retroagire positivamente (piuttosto che negativamente, come è accaduto quando è venuta a mancare) anche sugli atteggiamenti degli attori privati.

Parlare di responsabilità implica in qualche modo un confronto anche col tema delle regole. Che ruolo hanno le regole nella disciplina della convivenza urbana?

Vivere concentrati in città implica un forte intreccio di esternalità derivanti dalla pluralità di azioni in situazioni di prossimità e interdipendenza. Compito principale delle regole urbane dev’essere perciò, prima di tutto, quello di consentire una convivenza pacifica, vietando una lista circoscritta e predefinita di esternalità negative che nessuno deve produrre nel trasformare l’ambiente costruito, avviare nuove attività, etc.. Ciò consentirà a ciascuno di avere chiari i margini della propria sfera d’azione, generando una situazione di interazione multipla benefica per tutti. Detto altrimenti: se le regole sono di un determinato tipo (certe, astratte, generali e prevalentemente negative) la città tenderà vantaggiosamente a funzionare come un sistema adattivo complesso auto-organizzantesi.

In quest’opera, ma anche in altri suoi lavori, emerge una critica forte all’idea di piano urbanistico e più in generale agli eccessi di pianificazione urbanistica. Perchè?

La mia critica è verso un certo tipo di pianificazione urbanistica ortodossa – a mio avviso ancora ampiamente praticata, sebbene spesso sotto nuove denominazioni – che tenta di imporre in positivo la traiettoria che una città dovrebbe seguire, impegnandosi nell’impossibile compito di coordinare a tal fine la pluralità di attività private.

Un altro tema che spesso ricorre è la critica alle tesi sul “consumo di suolo”. Addirittura Lei propone di archiviare questa espressione.

Il termine “consumo di suolo” ha una forte carica retorica che può anche essere stata utile, in origine, per attirare l’attenzione sul tema. A questo punto della riflessione sarebbe però preferibile utilizzare parole più “neutrali”. Di fatto, i suoli che noi utilizziamo sono quelli che hanno usato i nostri padri e sono quelli che utilizzeranno i nostri figli. Dunque, ciò che facciamo è “usare” più che “consumare” i suoli. Ovviamente, l’uso del suolo può essere “buono” o “cattivo”, ad esempio, in termini di impatto ambientale; ed è di ciò che dovremmo occuparci.

È ricorrente nella sua produzione il legame tra città e libertà? Ci spiega perché?

La città è stata, nella storia europea, il luogo ove la libertà ha trovato spazio d’esprimersi, con conseguenze positive in termini economici, sociali e culturali per tutti. A partire dall’anno Mille le città europee hanno in effetti conosciuto una nuova e fiorente rinascita anche a seguito della libertà che i loro abitanti hanno potuto godere. Libertà che non era più appannaggio solo di nobili ed élite,  ma che era diventata una realtà per tutti i cittadini in quanto tali.

È possibile riscoprire anche oggi questa particolare dimensione emancipatrice della città? Come?

Credo sia anzitutto indispensabile tornare a riconoscere che la libertà non è un bene solo per il singolo che direttamente ne gode. Tutti traiamo vantaggio dal fatto che anche gli altri siano liberi. Libertà intesa ovviamente non come licenza, ma come opportunità d’azione entro i confini di una rinnovata, solida certezza del diritto. In effetti, credo che poche cose siano decisive per le città contemporanee come l’indispensabile ritorno ad un’idea radicale di rule of law e il conseguente abbandono delle attuali instabili, astruse, discrezionali forme di regolazione e tassazione di immobili e attività urbane. La libertà è anche e inevitabilmente pluralismo delle concezioni della vita buona e degli stili di vita, altro aspetto cruciale che ha rappresentato da sempre un elemento di forza delle città  – e di cui troppo spesso alcuni sembrano dimenticarsi.

Passando dunque alla fase propositiva, quali sono a suo avviso i compiti del pubblico nella regolazione degli spazi urbani e come si deve porre rispetto all’iniziativa privata?

Il soggetto pubblico deve porsi rispetto all’iniziativa privata considerandola il sale della città, non un elemento a priori sospetto. Rispetto agli “spazi urbani privati” credo il pubblico debba introdurre regole molto più chiare, semplici e stabili di quanto accade ora, dando per scontato che tutto ciò che non è esplicitamente vietato è per ciò stesso permesso. Ho proposto, a tal riguardo, di unificare la pletora delle attuali forme di regolazione urbanistica ed edilizia in un unico “codice urbano” – fatto di poche norme, prevalentemente negative e tendenzialmente uguali per tutti i suoli e gli edifici – modificabile non a maggioranza semplice, ma solo tramite maggioranze qualificate. È muovendoci in una direzione di questo tipo che riusciremo a combattere più efficacemente la corruzione purtroppo ampiamente presente in ambito urbanistico e immobiliare. Rispetto agli “spazi urbani pubblici” ritengo il soggetto pubblico debba avere maggiore attenzione, sia in termini progettuali, sia in termini di forme e opportunità di spesa.
Una “città responsabile” è un ideale a cui tendere. Gli stessi elementi che portano in direzione di una città responsabile nel senso qui delineato – diritto rispettabile e libertà individuali onestamente esercitate – sono anche quelli che favoriscono una città prospera e creativa.

Edoardo Colzani
15 giugno 2014

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