«CARI ARCHITETTI, DA SOLI NON SI VA LONTANO»

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Intervista con il presidente dell’Ordine di Ancona, Sergio Roccheggiani

Cambiare l’approccio alla professione. Si potrebbe sintetizzare così il pensiero di Sergio Roccheggiani, presidente dell’Ordine degli architetti di Ancona, sulla perdurante crisi del settore e sulle difficoltà che incontrano soprattutto i giovani alla ricerca di un lavoro che permetta loro di vivere dignitosamente e di svolgere l’attività che amano e per la quale hanno studiato per anni. È un invito a reinventarsi in un mercato sovraffollato, che nella sola Italia deve accogliere l’offerta di 150mila architetti, la stessa cifra di Francia, Germania e Inghilterra messe insieme.

Il suo Ordine e altri in Italia hanno preso posizione a difesa della professionalità dei loro iscritti, intervenendo talvolta anche duramente nei riguardi di iniziative che attraverso il web si propongono come incubatori di professionisti ai quali gli utenti possono rivolgersi per le loro esigenze. Che cosa non convince di questi tentativi per aggirare la crisi e arrivare a potenziali clienti?
In un contesto in cui quasi la metà degli architetti è sulla soglia della povertà, con un reddito medio di 11mila euro annui al Sud, e di 17mila al Nord, è evidente che spesso la gente viene presa per fame e accetta più o meno qualsiasi condizione per lavorare e per farsi conoscere. Ma non bisogna dimenticare che non si può fare architettura soltanto puntando sul prezzo e che il nostro lavoro implica anche un rapporto fiduciario con il cliente, specialmente con quello privato. Come sono solito dire, alla costruzione o alla ristrutturazione di una casa, di un ufficio, etc. si ricorre una-due volte nella vita e non sono, dunque, quei duemila, cinquemila o diecimila euro dati all’architetto che creano problemi, ma anzi offrono il vantaggio che ciò che si paga affidandosi a un professionista serio e fidato sarà recuperato nel tempo con un’opera di qualità. Cosa che non sembra garantita andando su un portale, dove viene assegnato un nome a scatola chiusa.

Quindi, lei boccia del tutto il ricorso a vetrine e community di settore?
No, non lo boccio. Noi architetti abbiamo sempre avuto il difetto di fare poca comunicazione, molti non se la possono neanche permettere, quindi l’esistenza di portali che facciano da vetrina vanno benissimo, soprattutto per un giovane che non può avere spazi propri. L’importante è che si dia davvero agli architetti, ai progettisti, la possibilità di mostrare che cosa fanno e che cosa potrebbero fare, bene. Se, invece, ci si limita a esporre una serie di professionisti mettendoli in selvaggia competizione sul prezzo, svendendo il loro lavoro, allora no, è una cosa folle. Occorre puntare sulla qualità, sul servizio.

E chi, soprattutto tra i nuovi arrivati, si adatta a tariffe basse, nel tentativo di procurarsi delle committente e per far conoscere la qualità del proprio lavoro, sbaglia?
L’abbassamento delle tariffe è ormai una situazione diffusa, anche quelli con più esperienza hanno perso il loro potere contrattuale e dunque non è questo che può portare loro il lavoro. Quel mercato lì, inoltre, dopo un po’ non porta neanche tanto lontano, soprattutto se si lavora con certi standard di qualità e si organizza uno studio con una serie di spese fisse. Se si prende dieci e si spende venti, si è costretti a chiudere. Anche accettare le percentuali non dà prospettive, gli architetti devono essere pagati dal committente su una parcella concordata, non dai fornitori o dalle imprese che riservano loro percentuali sul prezzo dei lavori svolti. Tutto ciò rende squallida la professione, ci fa passare per persone non serie e anche in questo caso non si ha lunga vita perché si diventa schiavi di un sistema. È assodato poi che, da quando in Italia hanno tolto le tariffe, che erano quelle per i lavori pubblici, sono aumentati i contenziosi e la qualità delle opere è peggiorata.

Che cosa può fare un giovane che non è conosciuto, perché non ha avuto ancora la possibilità di farsi apprezzare, per trovare lavoro?
Il giovane ha la possibilità di affrontare il mondo, a differenza di uno che ha uno studio già avviato e ha difficoltà ad aprirsi a un mercato internazionale perché magari in Italia ha legami, obblighi e anche perché è difficile affacciarsi su quella nuova realtà con strutture piccole o medie, come avviene spesso da noi. I giovani, invece, sono più predisposti, molti girano il mondo già prima di laurearsi, per loro è più semplice andare a lavorare in uno studio all’estero, o a partecipare ai concorsi che vengono organizzati da Paesi come la Francia, dove, a differenza dell’Italia, se sei bravo vinci anche se hai soltanto 28 anni. Lì ti viene riconosciuta la professionalità e da lì entri in un circuito, cosa che qui è molto più difficile, perché concorsi non se ne fanno e quando se ne fanno non si arriva quasi mai a realizzare l’opera.

Questo significa che da rappresentante di un’istituzione degli architetti si sente di poter dire di lasciar perdere in Italia, perché qui non si è in grado di agire per migliorare le cose?
Se guardo i dati, dovrei dire loro di lasciar perdere. Però, siccome chi sceglie questa professione lo fa non perché vuole diventare ricco ma perché gli piace, perché vuole farla, perché ha la mania del progetto, io gli direi di affrontare questo mercato non come si faceva una volta, ma in maniera diversa. È inutile che continuiamo a mettere su microstudi – in Italia la media è di 1,7 persone per studio, degli artigiani praticamente – perché in questo modo non si va più da nessuna parte. Nel tempo, continuerà a reggere ancora qualche archistar così come alcune grossissime società di servizi dove andare a lavorare come dipendenti, mentre ci sarà sempre meno spazio per la fascia dell’architetto normale.

Concretamente, dunque, come si può affrontare il mercato?
Mettendosi in gruppo, organizzandosi in strutture come si sta cercando di fare con le Stp, le società tra professionisti, che ancora non sono messe a punto ma rappresentano il futuro. A un giovane, direi di non pensare subito a mettere la targa davanti allo studiolo nella speranza che vengano parenti e amici, ma di unirsi a professionisti con competenze diverse – ingegnere, geologo, economista – perché quello che serve adesso è dare un servizio, dare una riposta a 360 gradi al cliente, e questo modo di procedere è utile anche per partecipare ai concorsi all’estero. Occorre mettere da parte l’individualità per entrare a far parte di una struttura più complessa, dove interdisciplinarietà e collaborazione sono fondamentali. In tal modo si potrà anche pensare, a piccole dosi, di affrontare il mercato estero e in parte quello italiano. Così facendo, non è detto che si debba per forza andar via dall’Italia, mentre da soli non si fa più niente, a meno di non svendere il proprio lavoro. E direi anche di farsi prima un’esperienza, per fronteggiare meglio la complessità delle norme italiane.

Che cosa si potrebbe fare per rivitalizzare il ruolo degli architetti nel nostro Paese?
Innanzitutto, bisognerebbe fare come all’estero e non dimenticarne la loro caratteristica fondamentale, quella di essere coordinatori delle trasformazioni urbane, dei progetti di architettura, di essere figure centrali. Sembra che ce ne siamo dimenticati e invece dobbiamo diventare bravi in questo, solo così possiamo sperare in una collocazione migliore anche nel mercato italiano.

Quali sono gli interventi che l’Ordine mette in atto per tutelare la professionalità dei suoi iscritti?
Da quando, da un anno e mezzo, non abbiamo più il compito di verificare le questioni deontologiche di cui ormai si occupa il consiglio di disciplina, noi abbiamo il compito di curarne l’aggiornamento professionale, con un corso annuale obbligatorio sulla deontologia, finalizzato a riflettere sulla professione, sulle regole base, sul rispetto per il committente e per i colleghi, e su come stare sul mercato.

ROSALINDA CAPPELLO

9 luglio 2015

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