ARCHISTAR? NO, GRAZIE. MEGLIO L’ALTRA ARCHITETTURA

 Non è più il tempo di brand e progetti sensazionali e autoreferenziali.
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Confesso di non aver mai sentito parlare del termine “archistar” prima dell’incontro casuale, per esigenze lavorative, con la bibliografia di Renzo Piano, Frank Ghery e Massimiliano Fuksas, considerati fulgidi esempi di archistar contemporanei. Al di là della facile comprensione del significato (showmen dell’architettura, eccellenze del settore per spettacolarità progettuale) quel che più sorprende di questa parola, ormai d’uso comune soprattutto a livello mediatico, è l’accezione spesso negativa ad essa correlata (per sottolineare la tendenza di alcuni architetti attuali a lavorare più sull’immagine che sul concetto architettonico), evidenziata da due ricercatrici, Gabriella Lo Ricco e Silvia Micheli, autrici del saggio Lo spettacolo dell’architettura. Profilo dell’Archistar, in cui il nuovo vocabolo da loro stesse coniato accompagna il lettore nella rivelazione di un’altra visione della figura dell’architetto (meglio specificare: del grande architetto), come di un professionista eccessivamente narcisista, proteso più a stupire il mondo con progetti smisurati e arditi piuttosto che con il recupero perseverante ed essenziale di beni e spazi pubblici.

Ma se è vero che fino a qualche tempo fa questo era il concetto prevalente di “architetto” in Italia, cioè di un professionista di progetti che si traducono in opere autoreferenziali (come il contenitore dell’Ara Pacis disegnato dall’americano Richard Meier, il santuario di Padre Pio firmato da Renzo Piano e sfigurato da una decorazione inguardabile, la chiesa di San Paolo costruita da Fuksas a Foligno, etc.),  in cui ciò che prevale è la genialità del singolo architetto, schiavo di una concezione dell’arte intesa come moda, come brand, non del tutto così, ai giorni nostri, in altre parti del globo.

Una nuova generazione di giovani architetti sta prendendo sempre più piede, portatori sani di un modello di architettura più sociale e non stile contenitore fine a se stesso. Un modello di architettura che riscopre parole come: responsabilità, ascolto, morale, riuso e autocostruzione nelle opere di architetti lungimiranti come Johan Anrys, Alejandro Aravena, Andreas G. Gjertsen and Yashar Hanstad o l’italianissimo Stefano Boeri.

Per Johan Anrys, architetto belga di 38 anni e fondatore dello studio 51N4E, ascoltare la gente e i suoi bisogni è fondamentale per affrontare qualsiasi sfida lavorativa, come, ad esempio, la riorganizzazione di Piazza Skanderbeg a Tirana, costruita su un progetto italiano del 1936, che per il popolo albanese vuol dire “identità”. Qui, dimenticare gli anni del comunismo non è facile ma la gente ha voglia di riscatto, e chiede modernità, chiede una piazza (grande il doppio di S. Pietro) che non abbia più i grandi edifici del potere sopraelevati, e che lasci il posto all’ombra e l’acqua, per potersi riunire e incontrare anche nelle giornate caldissime. Ecco, quindi, che occorre partire da zero e ripensare a una riqualificazione nel rispetto delle esigenze attuali, con l’annullamento delle scalinate dei palazzi-barriera e l’introduzione di cento punti acqua regolabili, con lo spazio digradante verso il centro e pieno di alberi e con l’ombra creata attraverso la costruzione di portici alla base degli edifici già esistenti, esempio di scelta progettuale che coniuga futuro e passato.

Lo stesso vale per altri esempi di architettura responsabile sparsi per il mondo, come il progetto  denominato “Quinta Monroy”, in Cile, dall’idea di un giovane architetto, Alejandro Aravena, di ristrutturare e mettere in sicurezza luoghi destinati alle famiglie non abbienti, grazie a uno stanziamento del governo di appena 7500 dollari ad abitazione. Usando l’autocostruzione e la partecipazione, questo illuminato l’architetto e i suoi collaboratori hanno suggerito una visione d’insieme e progettato tutto ciò che gli abitanti non riuscivano a realizzare – cucine, bagni, scale – e tutto il resto è stato lasciato libero, di essere modificato e vissuto, coinvolgendo la gente in laboratori di costruzione, tanto che il quartiere, oggi, dopo anni di modifiche spontanee, è un esempio per tutto il mondo.

E in Italia? «In Italia siamo fermi», sottolinea Stefano Boeri (nella prima foto in alto a destra), direttore scientifico di Festarch, il festival che ha riunito a Perugia il meglio dell’architettura diversa e sorprendente «perché non riusciamo a riempire gli spazi, né a trovare soluzioni per gli insediamenti informali. Bruciamo ogni giorno 65 ettari di terra, per costruire cose nuove. Consumiamo il paesaggio senza averne bisogno e non riusciamo a rigenerare e recuperare i vuoti delle nostre megalopoli».

E dovremmo, invece, imparare dai nostri “vicini di casa”. Dai norvegesi, per esempio, capaci di portare in giro la loro architettura sostenibile attraverso la creazione dal nulla di una fabbrica di cannella a Sumatra, o della biblioteca del vecchio mercato di Bangkok o di uno spazio di gioco, studio e integrazione sociale per i ragazzi nello slum di Klong Toey, che per adesso è valso loro il prestigioso Global Award for Sustainable Architecture. O dalla Cina, magari, con le sue strutture galleggianti, ad opera dell’architetto Hu Li, fondatore dello studio “Open architecture”, con sede a Pechino e New Delhi, pensate per i bambini di una grande metropoli perché piene di verde, orti e parchi.

In conclusione, è possibile un’altra architettura? «Forse sì», afferma Boeri «ma è ovvio che dobbiamo cambiare noi architetti per primi, la nostra mentalità. Dobbiamo puntare sulla complementarietà, essere pratici, e trovare logiche alternative alla distruzione, alla repressione e alla cementificazione. Non è facile, ma non abbiamo scelta».

 DANIELA FERRARA

24 ottobre 2014

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